Baby blues

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Ari ha un figlio di un anno, Walker, bello e adorabile come il padre, Paul. Vivono in una grande casa fuori città, hanno deciso di concedersi ritmi più rasserenanti. Allora per quale diavolo di motivo Ari vorrebbe bruciare tutto e tutti? Perché diavolo tutti quelli che la incontrano le dicono “Ehi bel bambino, quando ne fai un altro?”, che ne sanno di come si sta? Tutti a commentare con luoghi comuni insulsi mentre la vita va a rotoli e Ari non riesce a ritornare in se stessa. Paul glielo dice, amore esci, svagati, finisci la tesi, fai qualcosa di tuo. È meraviglioso, Paul. Ma che ne sa anche lui? La mattina esce e si chiude la porta dietro le spalle, lasciando Ari da sola a proteggere e accudire l’adorabile Walker. Perché lei, questo bambino, lo ama davvero, cavolo. Ma nessuno si è preoccupato di dirle prima tutto quello che sarebbe successo dopo. Che una neomamma si sente più una levatrice che una madre amorevole. Che l’istinto materno si riduce al meccanismo latte pannolino pisolino, altro che poesia. Che la paura che al piccolo possa succedere qualcosa ti succhia il cervello. In questo intrico di pensieri irrompe Mina. Toh, non ha neanche un uomo accanto, eppure sta per sfornare un bebè. Che tipa, Mina, se ne sbatte dei commenti dei paesanotti, di come va vestita, di quello che pensano in provincia di un’ex rockettara sempre un po’ sfatta…

Donne e maternità, sembrerebbero i due lati della stessa medaglia. Così almeno dice la scienza, la biologia. C’è un utero, le mammelle, tutto predisposto, tutto naturale. C’è l’istinto materno poi, quella forza viscerale che ti fa allattare, accudire. Ti preoccupi che stia bene, che non si ammali, che faccia il ruttino, che non si soffochi nella culla. Una dimensione biologica piuttosto meccanicistica. Peccato che la specie umana si sottragga ad alcuni automatismi ed entri in gioco la questione personale. Già, la donna. Qualcosa in più di un utero e due mammelle, una persona prima di tutto. E ricostruire la propria identità appena diventate madri non è un gioco. Servirebbe, splendido messaggio, una rete familiare intorno, un tessuto di altre donne, madri sorelle zie cugine, che ti sostengono ti aiutano e ti dicono come fare. Invece tante donne oggi, come Ari, vivono la maternità in maniera isolata e in quella stanca solitudine a volte si perdono. Non è un inno al femminismo questo, semmai un modo straordinariamente ironico, quasi sarcastico, di spiattellare nero su bianco il bene e il male dell’evento più dirompente nella vita di una donna. Come a dire, siete tutte avvisate, godetevela ma ricordate che siete prima di tutto degli esseri umani con sentimenti e aspirazioni che meritano di essere vissuti, anche da una madre.



 

 

 

 
 
 
 

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