Baby Queen

Baby Queen
Ha dodici anni, brufoli più grossi delle tette, una passione per le Muffe e un’altra per i Porno. Tutti la scambiano per un maschio, invece è una bambina. Il suo nome non lo pronuncia mai nessuno, comunque lei è Baby Queen. Sì, suona un po’ strano, ma in questa favola di normale non c’è niente. D’altra parte, anche chi le sta più vicino è bizzarro e strampalato: c’è Suicide, che vede sangue ovunque e progetta il modo migliore di morire. C’è Vodka, che se non beve alcool non ce la fa a fare un tubo. C’è Webcam, prigioniero della paura. Poi ci sono suo padre, che fa il Dj, si droga e ogni notte cambia “amica”, l’assistente Skreamz, gay e dolcissimo, la nonna vegana con dei buchi nella testa e la spiritualità nell’anima e una combriccola di personaggi incontrati per caso, cercati apposta, che le ronzano attorno. Come la prostituta e il trans, promesse di sesso spinto on the road, marito e moglie normalissimi a casa, tra mille orsacchiotti sul letto sparsi. O come il Signore Sconosciuto, che punta sui cavalli, perde, si accende una sigaretta, rimembrando la sua infanzia. O ancora come il pusher che di tanto in tanto piomba in salotto per portare la dose d’urgenza e farsi una pizza in compagnia…
Baby Queen è la storia di un viaggio. Il viaggio di una bambina nella vita. Il suo battesimo verso l’età dell’adolescenza. Qualcosa di più: la presa di coscienza di esserci, e capire, tanto presto, la necessità di fare per sé. È un romanzo, ma si potrebbe scorrere come una sequela di racconti. L’autore, non a caso, ha voluto offrire una lettura incalzante e veloce, suddividendo il libro in mini-paragrafi. Non c’è il tempo per annoiarsi o distrarsi o perdere il filo. In russo si dice: “na xadù”, quando un racconto si esaurisce nel giro di una fermata di metro. Frank Gonella alza il tiro: frenata e ripresa… puf… corsa esclusa. Ogni due pagine, la narrazione si interrompe e ricomincia, mantenendo un ritmo sostenuto. Zero sbavature, scrittura asciutta, acute boutade di cinico humour, sono le cifre del suo stile. Che la dice lunga, e con intelligenza, sulle deviazioni dell’infanzia, sulle frustrazioni della società matura. I personaggi abbozzati, a tratti indelebili, strambi come marziani, mi hanno chissà perché ricordato Il vento di Marco Lodoli. Solo che là c’era una comunione di intenti a salvare lo “straniero”; una pietà panica investiva il suo destino e non solo, grazie all’arbitrio del fautore-creatore-lo scrittore onnipotente. Gonella lascia sola la sua eroina e abbandona il resto della brigata scompigliata a un futuro non “scrivibile”, non “aggiustabile” a priori. Poi c’è la questione della cruda visione sulla vita. La casa madre di Letizia Muratori mi ha riattraversato la memoria. A riecheggiare, in particolare, il secondo dei racconti, Segreto, che restituisce l’immagine ferita del mondo adulto, attraverso lo sguardo innocente dei bimbi. Lì, il piccolo Luca scambia le prostitute che bazzicano la pineta per fatine Winx. Distorsione pura della realtà. Bisogno di mistificarla, per spiegarla, in assenza di genitori spieganti. Gonella, se possibile, ci consegna un quadro ancora più amaro. Baby Queen a dodici anni sa già tutto della vita. Ne ha una percezione realistica, fin troppo. Ma è pur sempre una bambina. E quella solitudine che avverte le pesa addosso come un palazzo. Che solo l’amore potrà alleggerire e il pensiero di una mamma lontana, cui si rivolge per tutto il corso del romanzo ricorrendo a un disperato, tenero “tu” vocativo, che, vi accorgerete, rappresenta il vero tratto d’unione, la saldatura della trama di questa moderna, scapestrata, irriverente “Cappuccetto Rosso” del III millennio.

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