Backstage

Fortunato quello scrittore che può avere il proprio editore un’intera giornata tutto per sé, magari in giro per Roma, a pranzo alla caffetteria del Palazzo delle Esposizioni, lontano da redazioni caotiche, telefoni che trillano e discorsi importanti sempre interrotti da qualcuno. Un privilegio riservato a pochi autori: quelli che sono riusciti a creare col proprio editore un rapporto consolidato, di confidenza e di stima. Lo scrittore e il suo editore parlano di libri futuri, in particolare di un romanzo che dovrebbe avere come tema quello della condizione di orfano, un argomento intorno al quale lo scrittore ragiona da tempo, anche se è difficile scriverne visto che dovrebbe parlare soprattutto della sua vita. Ma a essere orfani non sono solo coloro che la sorte ha privato di uno o di entrambi i genitori, esistono persone che si sentono “orfane” pur avendo sia il padre che la madre ancora in vita, così come esistono gli orfani della fede, della politica o del futuro.  La giornata con l’editore volge al termine e lo scrittore risale sul treno per tornare nella sua cittadina di provincia, nelle Marche. Ma il dialogo continua in una bella e intensa forma epistolare che diventa narrazione intorno a un romanzo da scrivere. Pagina dopo pagina si accumulano le riflessioni, i ricordi, i ritratti malinconici o ironici di amici, familiari e conoscenti incontrati dallo scrittore nel corso della sua vita. Tutti contribuiscono a rendere poderosamente intense le considerazioni che l’autore fa su sé stesso, la propria storia personale e quella di un Paese intero...
In queste pagine terse e sempre lucidissime, la nostalgia per gli amici o per gli eleganti show del sabato sera in bianco e nero, seguiti con la madre sorseggiando punch moderatamente alcolici, si mescola con il generoso svelamento dei segreti della scrittura, per arrivare a comporre un non-romanzo fatto di frammenti e suggestioni, un backstage in cui l’autore svela i materiali di un romanzo potenziale: “appunti, niente di più. Il Dietro le Quinte di uno spettacolo che non va in scena”. Ormai i libri di Gilberto Severini sono attesi quasi come oggetti di culto da un gruppo sempre più vasto di accoliti. Un prestigio, quello dell’autore marchigiano, conquistato in quarant’anni di attività letteraria vissuta con la dedizione dell’artista vero. Questa sua ultima opera, in particolare, ce lo mostra direttamente alle prese con “l’atto della creazione” della materia romanzesca, quello scendere, come lo chiamava anche Céline, giù nella sala macchine, dove si trovano i materiali per mandare avanti la nave della scrittura. Un non-romanzo che nasce quasi per sfida, per confutare – bonariamente – l’asserzione di Pietro Citati, secondo il quale non si può scrivere un romanzo dopo i settantatre anni; traguardo anagrafico che, peraltro, Severini non ha ancora raggiunto. Ma la letteratura non segue le limitazioni del tempo, specie per chi l’ha così profondamente assorbita facendone quasi una sola cosa con la propria vita, seppur conservando sempre la consapevolezza che scrivere è un lavoro duro: “Se si vuole evitare di ridurre la propria sincerità a un gemito narcisistico bisogna accettare la fatica di lavorare con cura alla sua messa in scena”. Siamo assolutamente certi che Gilberto Severini continuerà a scrivere i suoi libri pieni di saggezza, disincanto e guizzi di ironia, perché per lui la scrittura rappresenta la materia viva con cui raccontare il senso dell’esistenza: “la letteratura sarà la strada per risarcire l’assenza dalla lista dei chiamati. Non può essere santo. Sarà poeta. Troverà nelle parole la consolazione del vivere e del morire”.

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