Badenheim 1939

Badenheim 1939
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Salo è contento. La sua permanenza lì costerà una fortuna alla ditta. Tutto a spese loro, anche il viaggio in Polonia. I musicisti gli vogliono bene e lo chiamano «il rappresentante». E Salo, abituato a usare le parole e il convincimento, resta in poltrona sentenziando che bisogna ampliare i propri orizzonti. Da sempre gli piace viaggiare. “Dovreste dire al dottor Pappenheim di firmare il modulo 101. Ogni datore di lavoro dovrebbe averlo. Partire, sì, ma partire come faccio io, a spese della ditta”. “Modulo 101? Non so neanche cosa sia”, dice un musicista. “Sono anni che lo uso, è un modulo ufficiale. L’ho scoperto assai presto. Non sono poche le entrate indirette che mi ha procurato”. Uno degli stranieri fa irruzione e minaccia di uccidere il padrone dell’albergo. “Ostjuden, è tutta colpa vostra”. “Io non ho nessuna colpa”. Il padrone dell’albergo gli sta accanto come un prigioniero. Quello strilla, agita i pugni. E visto che è in preda a un attacco di follia, la gente va da lui e gli dice che non è tutto così tremendo come sembra. Il comitato per i ricorsi certamente lo esenterà. Del resto ogni comitato ha il suo comitato per i ricorsi. Un comitato non può fare tutto quel che gli salta in mente. Esiste una procedura. Se la prima corte commette uno sbaglio, quella superiore lo rettifica. Non c’è bisogno di arrabbiarsi…

Come rappresentare il male? È la domanda della scuola di Francoforte: ha senso parlare ancora di bellezza dopo la Shoah? Per questo in tanti tacquero. Ma invece vi furono altri che sentirono come proprio dovere quello della testimonianza. Perché la memoria non morisse. Perché chi è senza ricordi è destinato a rivivere, ancora, ancora e ancora, e ogni volta è peggiore. L’orrore va reso manifesto, come nella tragedia greca, che assolveva così alla sua funzione catartica, rappresentare il male e le sue conseguenze perché la comunità se ne tenesse lontana. Aharon Applefeld però riesce a fare qualcosa di ancora più straordinario: rende esplicito il silenzio, eloquente l’omissione. Perché non parla mai della Shoah, non nomina nessuna delle parole o delle definizioni che ormai sono diventate abituali, eppure ne riproduce tutto il dramma con eccezionale potenza espressiva. Questo romanzo brevissimo e folgorante, denso, potente, raffinato, allegorico, denso di un’indagine psicologica assai profonda, dalla prosa lirica e precisissima, straziante e angoscioso, ha visto la luce per la prima volta trentanove anni fa, quando di Auschwitz si sa già tutto: ma c’è una domanda a cui non è stata ancora data risposta. Com’è stato possibile non accorgersi? In un (non) luogo di nitore perfetto, una stazione di villeggiatura montana elegantissima, Applefeld ambienta la farsa sempre più tragica e attualissima di personaggi che stanno per precipitare nel pozzo senza fondo dello sterminio. Tutti, a fine vacanza, saranno infatti trasferiti. In Polonia…



 

 

 

 
 
 
 

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