Ballata per eroi senza nome

Ballata per eroi senza nome

Padova, seconda metà del Novecento. Nel rione Portello il nano Igor ha un sogno: andare in America, anche se non sa bene dove si trovi e immagina che non sia poi tanto diverso dall’andare a Verona… Una madre prolifica e spenta dalla vita, dai suoi problemi e dai suoi dolori più atroci – quale può essere, ad esempio, la morte di un figlio –, trova in una neonata abbandonata la forza per ricominciare… La Betta e la Silvia sono due ragazzine che escono sempre appaiate, come due suore, ma poi non così tanto unite… Una donna matura fa i conti con le solitudini che accompagnano il progressivo spegnersi del tempo… Un figlio, vittima d’un padre autoritario (“d’una distorta forma di amore”), si trasforma in carnefice… Gli affetti e i rancori, il sottile intreccio che lega i membri – lontani – d’una famiglia in occasione delle feste, riemergono e divengono meno latenti, come sul punto di disinnescare un equilibrio che fatica a rimanere tale, eppure… Una clocharde bellissima resta vittima della vita… Giulia, moglie e mamma, ritrova nel canto (e non solo…) quel sentirsi viva che, da tempo, le mancava… Gli abitanti del quartiere scrivono sulla “colonna infame” un piccolo avviso sul “defunto di turno”… Flavia è una bambina figlia d’una natura che l’ha voluta meno bella… Kosta e il suo chat-de-Perse fanno invaghire Giulia, la piccola montanara… Il passato ritorna nei sogni o nelle ombre del presente…

Gabriella Imperatori (ex insegnante, ora giornalista e autrice) compone una vera e propria ballata il cui ritornello è dato da Padova, costante e fulcro d’ogni racconto: è intorno alla città – e a uno dei suoi quartieri più caratteristici – che le storie danzano, come serve intorno a una regina. Nascono da un lungo Prologo, come fiumi dalla stessa sorgente. Scorrono, danzano le parole al cadenzare della vita che suona, corre verso il fondo della partitura, verso l’ultima, finale, battuta-pagina. In una perfetta armonia tra vissuto, ironia e cuore – tipica di chi conosce la danza della vita – l’autrice ci racconta quegli “eroi senza nome” di cui si compone, proprio come una ballata, l’esistenza: quegli eroi che non sono passati alla Storia, ma che avranno, per sempre, un posto e un nome nel cuore di chi ha percorso almeno un pezzo di strada con loro (sia nel quartiere reale o in quello “interiore”), di chi li ha amati e, nel raccontarli, ce li consegna; questi “eroi senza nome” – che sembrano quasi discendenti, per più generazioni, dai “piccoli eroi” manzoniani – hanno una loro microstoria (che differisce o si incrocia solo appena con la Storia) e un loro volto: sono un dono d’amore; sono nostalgia e speranza insieme: sono il desiderio che il domani sappia di ieri. Sono, ed è questo che conta: che r-esistano ancora… L’occhio narrante rimane compassionevole e comprensivo – empatico – mai giudicante; un po’ li lascia andare e un po’ strizza l’occhio, complice, ai suoi personaggi che, nel finale, si fanno fantasmi: ombre d’un passato che fatica a restare nitido.



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