Bassotuba non c’è

Bassotuba non c’è
Parma, fine anni Novanta. Learco Ferrari ha 35 anni, suona la tromba e fa il magazziniere part-time per sbarcare il lunario. Il suo lavoro, quello per il quale si è laureato in Letteratura russa, è l’interprete e il traduttore. E tra una traduzione, le prove con la band e una consegna, fa lo scrittore (ma non ha pubblicato ancora alcun libro): “Che però non è mica un lavoro, lo scrivere, lo diceva anche Sciascia” si ripete Learco, in attesa di una risposta dalle case editrici. Nel frattempo, la sola a leggere i suoi scritti è Giovanna, che lo ascolta nelle sue divagazioni e dissertazioni sul senso delle cose. Bassotuba l’ha lasciato per un sociologo. Allievo di Vattimo. Quando c’era Bassotuba passavano le notti a rimpallarsi la possibilità di avere un bambino, che lei voleva e lui no. Quando c’era Bassotuba la casa era invasa da bigliettini con ammonimenti che lei gli lasciava ovunque: Bassotuba lo accusava di essere disordinato. Quando c’era Bassotuba la musica jazz blues fusion andava ascoltata di sottofondo perché a lei non piaceva. Ma a lui sì. Ora che Bassotuba non c’è, non gli rimane che la gatta Paolo a fargli compagnia. Insieme alla voce dell’angelo che è nella sua testa e che continua a tormentarlo. Poi arriva Agata. Rossa, vivace. Ex fidanzata del suo capo. Quando Bassotuba sembra dimenticata…
Nella vita senza Bassotuba, Bassotuba c’è comunque, in tutti quei piccoli gesti quotidiani che nonostante l’abisso tra di loro ne sottolineano l’assenza. Ma a Learco le cose accadono senza che lui faccia granché. Accadono e basta, semplicemente dopo che le ha pensate. Learco rappresenta la generazione di precari. Precari della vita. Uno che nelle relazioni e nelle situazioni fa sempre enormi giri, di parole, di pensieri… tant’è che il suo primo romanzo decide di intitolarlo “Ultimi giri di Learco Ferrari”. Un simpatico indolente che coinvolge ed appassiona. Nonostante se stesso. Il nostro protagonista sembra indifferente così come il tono del testo, ma il lettore partecipa e viene coinvolto, vive accanto al protagonista che insinua continuamente pungoli di riflessione: “Che questa non è una vita sana. Una vita sana è: vuoi mangiare? Mangia. Vuoi bere? Bevi. Vuoi dormire? Dormi”. In alcuni passaggi il romanzo diventa surreale: i dialoghi durante le scene di sesso sono ai limiti dell’irreale, i nomi degli angeli (“l’angelo che non se ne può più”, “l’angelo che per parlarci insieme ci vuole un’enorme forza morale”, “l’angelo che a parlare ci mette tre volte di più del tempo necessario”…) sono delle trovate spassosissime, i vagheggiamenti e i vaneggiamenti di Learco sono ricamati in un testo sopraffino. Ogni pagina diventa una gustosissima lettura, attraverso uno stile personalissimo che si può definire in maniera efficace solo attraverso le parole che lo stesso autore fa dire all’angelo: “l’opera suddetta si iscrive nella categoria Narrativa italiana in prima persona, (…) uso antifrastico, esplosivo e implosivo della lingua, (…) acuto spirito di osservazione e buone qualità descrittive, (…) mancanza di una vera e propria struttura narrativa, (…) eccessiva propensione dell’autore per uno sterile e confuso autobiografismo”. Un romanzo ironico, brillante, trascinante. Leggero e malinconico. Come la vita.

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