Becoming - la mia storia

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Pling, pling, pling : è il suono del pianoforte proveniente dall’appartamento della burbera zia Robbie a fare da sottofondo ai pomeriggi di Michelle Robinson, che abita in affitto con la sua famiglia al piano superiore. La musica è persistente, e si incunea in ogni angolo: dalla tromba delle scale, dalle finestre aperte. Solo il padre di Michelle, Fraser, riesce talvolta a coprirla, sintonizzando a tutto volume la tv sulle partite dei Cubs. Siamo a Chicago, nel South Side, alla fine degli anni ’60. L’America sta vivendo cambiamenti epocali, e momenti di grande incertezza sono seguiti alla morte dei Kennedy e di Martin Luther King, mentre l’opposizione al conflitto in Vietnam genera scontri in tutto il Paese. Ma a Michelle (chiamata affettuosamente Miche), tutto questo non interessa, lei è piccola, e il suo mondo è fatto di Barbie e costruzioni, racchiuso in un perimetro che non supera i cinque isolati nel quartiere. Uno stuolo di parenti, la chiesa, la scuola, il parco pubblico, il distributore di carburante dove ogni tanto la madre la spedisce a comprare un pacchetto di sigarette Newport. La sua cameretta piena di peluche (disposti ogni sera a letto attorno alla testa come in una specie di rito), separata da quella di suo fratello da un sottile tramezzo di legno. Una famiglia unita che la protegge e la sprona in modo totale. Sua madre Marian la accompagna sempre in biblioteca e le insegna pazientemente a leggere; suo padre (un operaio dell’acquedotto di Chicago che non hai mai perso una giornata di lavoro in vita sua, malgrado sia affetto da sclerosi multipla) le trasmette la passione per l’arte e il jazz. Lei e suo fratello Craig ‒ di quasi due anni più grande ‒ sono forti insieme; Craig ha gli occhi dolci di suo padre e l’implacabilità di sua madre, fa amicizia facilmente con tutti, ed è un asso a giocare a basket (cosa che riempie di orgoglio papà Fraser). Michelle è una bambina determinata, e ha solo quattro anni quando decide di voler prendere lezioni di piano dalla zia Robbie, finendo spesso per litigare dato che la sua testardaggine cozza spesso e volentieri con il rigore della donna. All’asilo Michelle non si dà pace finché le sue abilità di lettura non vengono riconosciute al pari dei bambini più dotati. A scuola si dimostra brillante e la sua ossessione è sempre la stessa: quella di eccellere ad ogni costo, di dimostrare il proprio valore. Grazie alla fiducia della sua famiglia Michelle crede fermamente in se stessa, e cerca di non vacillare nemmeno quando la sua tutor alla scuola superiore Whitney Young afferma, quasi con noncuranza, di non essere sicura che lei abbia la stoffa sufficiente per entrare a Princeton...

“Adesso ho una porta e un campanello, e le persone escono quando le accompagno alla porta e la apro. Bo e Sunny non conoscevano il rumore del campanello, e quando suona fanno una faccia tipo: Uh, non l’ho mai sentito prima”. Michelle Robinson Obama ironizza sulla piega finalmente normale assunta dalla sua vita dopo la parentesi nella casa più blindata d’America, in una delle tante interviste seguite al successo planetario del suo Becoming : un memoir frizzante e sincero che nonostante la lunghezza (quasi 500 pagine), scorre che è un piacere. Col suo fare determinato e combattivo, ma anche con grande umiltà, il messaggio che l’ex first lady vuole far passare è chiaro: i sogni sono alla portata di tutti, a patto di avere fiducia in se stessi e conservare intatta la propria identità. Per una donna afroamericana appartenente alla working class sarebbe stato facile abbandonarsi allo sconforto, soccombere al pregiudizio e lasciarsi convincere da qualche tutor insolente sul fatto di non avere le carte in regola per sfondare. Ma non è stato così per Michelle, che ha scelto di tirare dritta per la sua strada e continuare a sgobbare sodo, perfettamente consapevole di dover faticare il doppio per ottenere soltanto la metà di quello che avrebbero ottenuto gli altri. Donna, moglie, madre, avvocato, first lady per ben otto lunghi e intensi anni della sua vita: una lunga lotta, al pari di tantissime donne oggi, per conciliare più ruoli nel modo migliore possibile. Essere la moglie di un presidente non rientrava esattamente nei suoi progetti ‒ la signora Obama odia letteralmente la politica e, da brava maniaca del controllo, aveva già programmato ogni minimo dettaglio del suo futuro ‒ ma sono cose che possono capitare se ti innamori (gradualmente ma perdutamente) di un uomo con una visione del mondo talmente ampia le cui ambizioni vanno ben oltre se stesso, includendo addirittura un’intera nazione. Ancora innamoratissimi come due ragazzini, i coniugi Obama hanno sempre avuto un rapporto paritario e di grande sostegno reciproco, ma Michelle non ha omesso di raccontare anche i momenti più difficili del loro percorso insieme, come il ricorso alla terapia di coppia o quello alla fecondazione assistita per avere Sasha e Malia. “Per tutte le donne c’è un Obama”, ironizza ancora. Magari, diremmo noi, il suo ottimismo è contagioso: anche se dopo otto anni di gestione umana e variopinta della casa bianca, brulicante di bambini e di cani, è difficile sorridere mentre si cede il testimone ad un’élite di uomini seriosi, praticamente tutti bianchi e affetti da misoginia. Sarò/saremo stati bravi abbastanza? Avremo piantato i semi giusti? Una domanda quasi ossessiva nella mente di Michelle Obama, che sfruttando il riflesso potente della politica di suo marito ‒ pur non entrandone mai in merito alle decisioni ‒ ne ha sposato la causa facendosi promotrice di iniziative importanti, come la lotta all'obesità e al diritto all’istruzione per tutte le donne. E mentre il suo orto alla Casa Bianca, diventato per gli Americani il simbolo di un’alimentazione e uno stile di vita sani, continua a dare bei frutti ‒ mandato avanti, pare, da una Melania Trump in costosi tacchi a spillo ‒ le donne, anche appartenenti alle minoranze, hanno cominciato la scalata al Congresso nelle elezioni di midterm, sedendo, in tante, tra le fila democratiche. Qualcosa, evidentemente sta crescendo. E non sono muri.



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