Belfondo

Belfondo
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A Belfondo non c’era una scuola, non c’era nemmeno un’impresa di pompe funebri perché non era mai morto nessuno. Belfondo era una città senza chiesa, addirittura senza prostitute. Belfondo non era nulla, solamente un insieme di terre fino al giorno in cui il padrone decise di metterle insieme e di fondare un villaggio. È logico quindi che il padrone senta Belfondo come suo, tutto suo, compresi gli abitanti venuti da chissà dove, quasi tutti con un passato ingombrante alle spalle ma desiderosi di iniziare da zero altrove. Quindi quando il padrone decide che nel suo villaggio tutti devono sapere leggere e scrivere, anche chi non è d’accordo e non ne sente il bisogno china la testa e accetta. Nemmeno Arcadio può rifiutare l’ordine del padrone, che l'ha scelto per essere il maestro di tutti: un compito ingrato il più delle volte, al quale l’uomo non può sottrarsi. Gli rimane forse un'unica, debole possibilità di libero arbitrio, una piccola ribellione personale: c'è una sola persona in tutto Belfondo che rimarrà analfabeta, alla quale lui non insegnerà le basi della lettura e della scrittura. Quando muore la prima persona a Belfondo, l'intero paese sprofonda nello sconcerto. Un po' perché nessuno si aspettava la morte di Petronillo, in fabbrica poi, un po' perché è il primo morto di Belfondo e bisogna organizzare su due piedi funerale, sepoltura e, come no, scrivere un epitaffio. Impossibile mettersi d'accordo senza ricorrere al padrone che decide che la persona che riuscirà a scrivere il miglior epitaffio per Petronillo sarà anche l'incaricato delle pompe funebri. Nella fabbrica di Belfondo è vietato far lavorare i bambini eppure ce ne sono a volontà. Il padrone non ha scrupoli e le famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese non hanno un'alternativa. Il giorno in cui arriva l'ispettore in fabbrica, i bambini sanno che devono nascondersi nelle ceste senza fare il minimo rumore. Anche la piccola Felicia è dentro ad una cesta, nella quale comincia a non poter respirare...
Belfondo, romanzo d'esordio della giovane Jenn Díaz (classe 1988) è stata la grande sorpresa letteraria del 2011 in Spagna. Passato forse in sordina rispetto ad altri esordi molto più mainstream, per fortuna non è sfuggito alla casa editrice La Linea dando la possibilità anche ai lettori italiani di godere di questa prosa fresca e accattivante e di queste storie malinconiche e profonde. Il villaggio di Belfondo è stato definito un “acquario”: un popolo creato dal nulla, nel quale le persone sono arrivate per rifarsi una vita, per fuggire da qualcosa o semplicemente per avere un lavoro e una casa. Sembra un paese come tanti, invece Belfondo è completamente isolato dall’esterno, una sorta di oasi nel deserto, immobile nel suo essere distante nello spazio e nel tempo da qualsiasi altra forma di civiltà, che però sappiamo che esiste. Gli abitanti di Belfondo finiscono per trovare ognuno il proprio posto nel villaggio e quindi - in questo scenario bidimensionale - la propria missione nella vita, arrivando ad incastrarsi perfettamente in un microclima staccato dalla realtà. Immaginiamoci Belfondo come una serie di stanze e corridoi, autonomi ma comunque ben comunicati tra di loro, che insieme arrivano a formare una casa completa in ogni minimo dettaglio. Ogni racconto è perfettamente costruito tanto da poter vivere di vita propria, ma è insieme agli altri racconti che i personaggi acquisiscono una dimensione a 360 gradi e il lettore riesce a schiudere i diversi strati metaforici che avvolgono le storie. Un romanzo solo apparentemente semplice quindi, che ci incuriosisce da subito grazie ai suoi originalissimi personaggi dai nomi strampalati (Maclina, Beremunda, Leoclino, Sontano, Indalina per citarne alcuni) le cui storie intrecciate e ricche di suspense racchiudono un invito a riflettere. Un romanzo che ci fa entrare in un nuovo universo che difficilmente dimenticheremo.

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