Belli e dannati

Belli e dannati
Anthony Patch è un venticinquenne pigro e viveur che finge di tenersi impegnato scrivendo dei saggi sui papi del Rinascimento. Ha la fortuna di essere il nipote di Adam Patch, potente uomo d’affari e d’azione ormai asserragliato in casa per colpa di una vecchiaia che non fa prigionieri. Anthony sa che presto o tardi erediterà il cospicuo gruzzolo del vecchio e, senza fretta, assapora tutto ciò che l’America del primo Novecento ha da offrire: intellettualismo dozzinale, ragazze ricche e smaliziate e drink di ogni gradazione alcolica. È solito incontrarsi al bar Ritz con i suoi amici Dick Caramel e Maury Noble, anch’essi perdigiorno mascherati da letterati, con i quali conversa d’arte e poesia senza una minima attitudine critica al di fuori del proprio modaiolo gusto personale. Ha anche una ragazza ma preferisce tenerla a debita distanza per evitare che possa turbare il libero esercizio del suo ego. La vita di Anthony scorre quindi allegra e spensierata, alimentata dal sussidio annuale del nonno e dalla convinzione di un futuro ancora più roseo e dorato del presente…
È il 1922 e Scott Fitzgerald non è dissimile dai personaggi trattati nei suoi romanzi. Affascinante, acuto, sposato con una ragazza bella e emancipata come Zelda Sayre, scrittore di successo. Il suo esordio, Di qua dal paradiso, non è certo passato inosservato ma è con Belli e dannati che l’autore ascende definitivamente all’Olimpo della letteratura made in USA. Opera voluminosa e ricca di riferimenti autobiografici, frutto di due intensi anni di lavoro e continui rimaneggiamenti editoriali, è a tutt’oggi una delle più esaustive testimonianze degli Anni Ruggenti e della cosiddetta Generazione perduta. Il vasto arco temporale coperto dalla narrazione, che approssimativamente va dagli anni immediatamente precedenti a quelli immediatamente successivi alla Grande Guerra, segue la vita dei coniugi Patch, rampolli di buona famiglia e festaioli impenitenti, che vedono i loro sogni di dorata frivolezza infrangersi sulla fredda barriera della realtà, divenuta improvvisamente grigia e rumorosa, non più per la musica ad alto volume ma per il fuoco delle armi. L’inetto Anthony e la viziata Gloria continuano a ballare con se stessi una danza disperata mentre a poco a poco la loro casa, fino a pochi anni prima pullulante di giovani scapestrati, si svuota in modo direttamente proporzionale alla crescita personale e professionale dei loro amici. I coniugi Patch non vogliono crescere, vogliono continuare a ballare e a bere per tutta la vita, ma l’inconcludenza e i fondi in esaurimento bussano sempre più insistentemente alla porta. Ad accogliere i problemi Anthony e Gloria si rivelano pessimi padroni di casa; fingono di non notarli, li isolano in un angolo senza neanche offrire un drink, ma purtroppo non è facile mettere da parte le responsabilità come si fa con un ospite sgradito. Provano quindi a lavorare ma, con tutta la buona volontà, non si sentono tagliati per farlo e l’idillio amoroso dei primi tempi è ormai sfiorito di fronte a una capricciosa infelicità. Il finale moderatamente consolatorio imposto a Fitzgerald dall’editore smorza leggermente la tensione di questa tragedia travestita da best-seller in cui possiamo apprezzare più di qualsiasi altra opera l’apogeo e il declino dell’Età del Jazz, ma anche l’impoverimento umano che, seppur in maniera più cinica e violenta, è caratteristica maiuscola della nostra contemporaneità. 

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