Ben Hur

Ben Hur

Giudea, catena del Gebel es Zubleh. Un viaggiatore solitario si sta avviando ad affrontare il deserto. Ha circa quarantacinque anni e indossa ampi paludamenti orientali. Non ha intrapreso questo viaggio per piacere ma per una missione ben precisa. È mezzogiorno quando si ferma con il suo cammello; si mette a pregare e aspetta. Ed ecco che scorge una figura: quella di un altro viaggiatore che gli si avvicina. Ha tratti egizi, indossa il tipico kamis e anche’egli ha la stessa missione dell’orientale. Così come il terzo uomo che fa il loro incontro, un bianco vigoroso e snello. Un greco. Ora i tre possono rimettersi in viaggio in direzione del caravanserraglio di Betlemme, guidati da una straordinaria stella cometa, dove potranno offrire i proprio doni – oro, incenso e mirra – ad un bambino che sta per nascere. Il Salvatore. Il Cristo. Palestina, ventuno anni dopo. Giuda Ben Hur è un giovane ebreo di diciassette anni che proviene da una ricca famiglia di mercanti. È agitato perché ha appena avuto un acceso diverbio con quello che credeva essere suo amico: il romano Messalla. In città si sta attendendo l’arrivo del quarto governatore imperiale della Giudea, Valerio Grato. Ma proprio nel giorno del suo arrivo, la vita di Ben Hur cambia per sempre. Fa infatti cadere accidentalmente una tegola sulla testa del governatore e per questo viene arrestato con la sua famiglia e condannato ad essere schiavo sulle navi romani come rematore. Ma durante uno scontro con una nave pirata, il giovane riuscirà a cambiare le sorti della sua esistenza, fino ad incrociarle con quelle di un uomo nato ventuno anni prima all’interno di una fredda grotta…

Nel lontano novembre del 1880, negli scaffali delle librerie americane, faceva la sua comparsa un corposo volume che aveva come titolo Ben Hur: A Tale of the Christ. L’autore, Lew Wallace, era alla terza fatica da scrittore ma era già celeberrimo per le sue imprese politiche e militari: avvocato, generale nordista nella guerra civile americana, aveva già partecipato alla guerra del Messico nel 1846; era stato inoltre senatore e aveva fatto parte della corte marziale riunita per giudicare John Wilkes Booth, l’assassino di Abraham Lincoln. Ma ciò che consegna Wallace all’immortalità risiede proprio nella scrittura e nella diffusione planetaria di Ben Hur (oltre cinquanta milioni di copie vendute), romanzo storico che narra le vicende dell’israelita Giuda Ben Hur, le sue disavventure, la sua lotta ferrea con la vita e con un impero romano che schiaccia e vessa il suo popolo. Così, quindi, il lettore viene immerso ai tempi di Augusto prima e Tiberio poi, negli anni che videro la nascita e la vita di Gesù Cristo. Quello che emerge nella lettura è, come nota Antonio Spinosa nella prefazione al volume, una netta contrapposizione tra la sete di guerra romana e la pacifica condotta israelitica, fondata sulla speranza di un mondo migliore. La scrittura di Wallace, dunque, si fa allegoria; descrive la situazione di un America bagnata dal sangue, ancora da costruire. Sta qui la forza di un romanzo che ha ispirato pièce teatrali e pellicole, la più famosa delle quali rimane il colossal del 1959 con la regia di William Wyler, vincitore di ben undici Oscar e di altri molti premi. Un romanzo che, attraverso una scrittura prettamente ottocentesca che dialoga direttamente col lettore, ha la missione di educare, formare, costruire pensiero. Ecco dove risiede la grandezza di Ben Hur: nell’essere un’opera totale, senza tempo. Monumentale.



 

 

 

 
 
 
 

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