Benito Cereno

1799. La nave comandata dal capitano Amasa Delano, originario del Massachusetts, un “grosso legno da foche e da carico”, getta l’ancora in una insenatura dell’isolotto disabitato di Santa Maria, al largo del Cile meridionale, per effettuare un rifornimento d’acqua dolce. La mattina seguente, all’alba, Delano viene destato dal suo secondo che preoccupato lo informa che un’altra nave – di provenienza sconosciuta perché senza bandiera – è entrata nella baia. Il capitano si alza, si veste in fretta e sale sul ponte. Tutto è grigio, cupo e nebbioso: il mare è quasi immobile e la superficie è “lucida come piombo ondulato quando si raffredda”. Delano scruta la nave misteriosa con il cannocchiale: le manovre sono incerte, contraddittorie, dimostrano che il pilota non è mai approdato a Santa Maria o addirittura che non c’è pilota. Incuriosito, Delano sceglie qualche suo uomo, fa caricare una lancia di ceste di pesce fresco per non presentarsi a mani vuote e va incontro alla nave. Avvicinandosi capisce che si tratta di un mercantile spagnolo di prima classe “in trasporto di schiavi neri e altra merce di valore da uno scalo coloniale all’altro”, un vascello chiamato “San Dominique” che deve essere stato bellissimo ma che ora appare drammaticamente trascurato, quasi in disuso. Quando Delano e i suoi uomini vengono issati in coperta, subito li circonda una calca di persone vocianti, soprattutto neri. Tante voci assieme raccontano di epidemie di scorbuto e di febbre che hanno quasi sterminato l’equipaggio spagnolo, di un naufragio scampato per miracolo all’altezza di Capo Horn, delle provviste e dell’acqua ormai quasi finite. Il comandante è una figura bizzarra: un giovane spagnolo che si presenta come Benito Cereno, “vestito con singolare sfarzo ma con impresse chiaramente le tracce d’insonni affanni e travagli recenti”…

Pubblicato a puntate sul “Putnam’s Monthly Magazine” tra ottobre e dicembre 1855 e l’anno seguente nell’antologia I racconti della veranda, il romanzo breve Benito Cereno è in realtà una sorta di docu-fiction ante litteram, basato com’è sulle memorie del capitano Amasa Delano, che nel 1817 aveva pubblicato A Narrative of Voyages and Travels, in the Northern and Southern Hemispheres: Comprising Three Voyages Round the World; Together with a Voyage of Survey and Discovery, in the Pacific Ocean and Oriental Islands, in cui raccontava l’incontro nel febbraio 1805 in una baia deserta dell’isola di Santa Maria tra il vascello da lui comandato, il “Perseverance”, e una nave spagnola sulla quale gli schiavi africani si erano ribellati ed avevano avuto la meglio sull’equipaggio, la “Tryal”. Melville segue abbastanza fedelmente il racconto di Delano (utilizzando persino i documenti originali), aggiungendo qua e là coloriture letterarie nelle descrizioni, qualche personaggio, qualche evento. Ma essendo Melville, trasforma la cronaca di un drammatico ammutinamento in pura poesia, in una storia misteriosa e violenta, con un’estetica ammaliante ma ricca anche di significati sociali e politici. La critica ha sempre individuato come questioni centrali in Benito Cereno l’espansionismo americano, l’eccezionalismo e il Manifest Destiny come pure gli accenni ad Haiti e alla rivoluzione che attraversò la colonia francese di Saint-Domingue durante il decennio del 1790, con la creazione della prima repubblica nera (più sfumata la riflessione sullo schiavismo, cosa che inevitabilmente sorprende e un po’ delude il lettore di oggi). Più recentemente — a ulteriore riprova della incredibile modernità del testo — è stata sottolineata la vivida rappresentazione che Melville ci regala dei problemi della globalizzazione e del culture clash.



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