Bere caffè da un’altra parte

Bere caffè da un’altra parte
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La squadriglia ha una missione ben precisa: fare il culo a ogni singola coccinella della 909. Il loro destino è segnato sin dall’arrivo al Camp Crescendo, colpevoli di essere così bianche, “con la carnagione di un cono a due gusti: fragola e vaniglia” e, pare, di aver dato della negra ad Arietta. Il piano è semplice: beccarle ai bagni, quando tutto è tranquillo e lontano dagli sguardi di Mrs Margolin e dai suoi acrostici fatti apposta per imparare il catechismo… Clareese Mitchell sa bene qual è il suo dovere, mentre Padre Everett invita i presenti alla preghiera dando inizio alla funzione dei Fratelli Cristiani della Grande Chiesa Pentecostale. Ma non è facile “Preservare e Indossare l’Armatura di Dio, la Corazza della Giustizia”, quando il tuo utero è sconquassato dalle fitte, perché proprio in quei giorni le tue periodiche cose da donna raggiungono il loro apice del peggio. E non è nemmeno facile assistere certi ammalati all’ospedale, cercando contemporaneamente di diffondere il Verbo. Gente come Mr Tommey, affetto da un cancro alla prostata, o Mr Cleophus Sanders, ex musicista al quale è stata amputata una gamba e che non perdono occasione per prenderti in giro. È mai possibile, si chiede Clareese, trasformare questi individui in testimonianze di fede che possano compiacere Padre Everett?… Tutto è cominciato il giorno in cui, entrando alla Yale di Baltimora, le hanno chiesto di partecipare alle attività di orientamento. Dopo aver rifiutato di sottoporsi alla prova di fiducia che consisteva nel lasciarsi cadere all’indietro confidando che un gruppo di ragazzi banchi l’afferrasse al volo – col cazzo, non se ne parla proprio -, la ragazza si è rassegnata a partecipare al gioco seguente: dire che oggetto inanimato avrebbe voluto essere. “Mi chiamo Dina e se proprio dovessi scegliere un oggetto, penso che vorrei essere un revolver.” Questa sua buffa affermazione, unita al desiderio di cancellare l’umanità dalla faccia della terra, le è costato un anno di consulenza psichiatrica e l’incontro con Heidi, bianca grassoccia e appiccicosa…

Sono passati dodici anni dalla prima volta che ho letto questi racconti usciti in una precedente edizione e, periodicamente, confesso di averci ripensato, magari anche solo per riportare alla memoria il titolo, piuttosto particolare, o per cercare nuovi testi di ZZ Packer che però non sono disponibili, anche se pare che l’attesa stia per finire con l’arrivo del suo primo romanzo. A volte ho cercato anche di dare una spiegazione a questo mio pensiero ricorrente, ma senza mai trovare una vera risposta. Avendo ora l’occasione di riprenderli in mano e rileggerli in questa nuova veste e traduzione ho ritrovato nei racconti di ZZ, soprannome di Zuwena ereditato sin dall’infanzia, quel filo rosso dal quale non mi sono mai veramente separato. Sin dalla citazione iniziale tratta da Radici di Alex Haley, dentro questi otto racconti lunghi si coglie il rimando profondo e il legame dell’autrice col suo popolo. Ci ritroviamo subito immersi in luoghi dove i bianchi sono la minoranza, una goffa e anemica minoranza, in atmosfere degne dei film di Spike Lee, quasi ballando al suono di certi dialoghi che sembrano più street dance che conversazione. Ma che significa veramente “bere caffè da un’altra parte?” Vuol dire proteggersi e difendersi inventando storie sul proprio conto da sciorinare poi alla gente. Significa “fare finta” di essere da un’altra parte per eludere il dolore, la vessazione, la discriminazione. E può anche funzionare, sebbene il rischio del perseverare sia che “dire costantemente ciò che non si vuole dire alla fine abitua la bocca a usare frasi che non vogliono dire niente”. E questa, secondo me, è una grande lezione che tutti dovremmo imparare e che, in questi racconti, ritroveremo ogni volta nascosta e camuffata nei vari personaggi, strani e peculiari, ai quali non potrete non affezionarvi.



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