Best della grande palude

Best della grande palude
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Best viene dolcemente svegliato dal rumore leggero delle onde, che quella mattina somiglia tanto ad un canto; suo padre, con il quale condivide una piccola stanza, è già uscito per badare al faro: lui ha una grande responsabilità nel suo lavoro, ma Best sente comunque forte la sua mancanza. Sarà per il fatto che per tanto tempo i due sono rimasti separati. Rosa si sta affaccendando a preparare la colazione con Bombo - il cane dal pelo bianco che le gironzola allegramente intorno - e Best non può che sentire ammirazione per quella ragazzina energica dai capelli neri e ricci, che ha sfidato con lui le insidie della palude, dormendo sugli alberi e fuggendo dagli alligatori, per raggiungere il faro e permettergli di riabbracciare suo padre: una settimana prima infatti, a malincuore, Best ha lasciato lo zio Tomlison in ansia, tutto solo nella casa all'imbocco della palude, alle prese con l’azienda del gas che voleva espropriargli il terreno per fare posto alle condutture. Ma dopo avere sentito tanto parlare di suo padre, il ragazzino non avrebbe potuto attendere ancora per incontrarlo. Rosa invece ha lasciato sua madre che non ci sta tanto con la testa, e ora vaga incerta chiedendosi dove sia finita la sua bambina, reggendo tra le mani sacchetti di frutta e biscotti e una vecchia pochette per i trucchi. Cosa fare ora che l’obbiettivo è stato raggiunto? Restare al faro o tornare indietro? Non ha molto senso restare, e poi c’è la scuola, ma per Best è così bello osservare suo padre al lavoro! Un uomo sempre ben pettinato ed elegante nonostante i pantaloni unti di olio e catrame, e la gamba sghemba che si tira dietro senza nemmeno farci caso. Eppure Best non se lo ricordava zoppo. “Una malattia...una faccenda di vene e di nodi, non so bene...”. Così gli aveva raccontato suo padre in modo piuttosto vago. Ma cos’era successo veramente? Certo ci si deve sentire davvero molto soli in quella casetta in cima alla scogliera, in quel luogo magico che sembra stare ai confini del mondo e dove il mare, a volte, nasconde insidie che riescono a raggiungere la riva...

Davide Rondoni, nato a Forlì nel 1964, è un autore poliedrico piuttosto conosciuto nel panorama letterario italiano: poeta, sceneggiatore, giornalista, conduttore televisivo e qualche volta, con successo come in questo caso, anche autore di libri per ragazzi. Strizzando l’occhio a Mark Twain, Rondoni ambienta le avventure di Best e Rosa nelle paludi del sud degli Stati Uniti: i due simpatici ragazzini sono delle vecchie conoscenze, avendo cominciato la loro avventura (della quale quest’ultimo libro ne rappresenta appunto il seguito) in Se tu fossi qui, che nel 2015 è valso all’autore il “Premio Andersen”. Una volta scampato alle insidie della palude e raggiunto il faro, adesso per Best c’è l’incombenza del rientro, sebbene sia doloroso pensare di lasciare di nuovo suo padre, con il quale instaura da subito un rapporto di collaborazione e complicità. Ma prima di andare bisogna accertarsi che vada davvero tutto bene, e il padre di Best non la racconta giusta con la storia della gamba: ed ecco arrivare i cattivi, coi capelli lunghi e le barbe incolte e con certi cappellacci sulla testa da somigliare terribilmente a pericolosi pirati di un’altra epoca. Poche sono le armi che i protagonisti possono sguainare contro i temibili nemici, ma una su tutte si rivela essere la migliore e la più potente: il grande affetto che traspare dai loro gesti. Costante come la luce di un faro, luminoso come una piccola finestra accesa nella notte, dalla quale risate serene e voci gentili posso arrivare a toccare profondamente un cuore all’apparenza fatto di pietra. Amicizia, amore, altruismo, perdono, sono quindi gli ingredienti di una storia che sembra sospesa nel tempo, ricca di azione, di colori, di buffi personaggi; narrata in modo semplice e asciutto e foriera di messaggi positivi: l’importanza della famiglia, dell’unione che fa la forza, dell’amore che può far cambiare le persone, dell’onestà e del coraggio di non scendere a compromessi, anche se talvolta può significare misurarsi col pericolo.



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