Bestia da latte

Bestia da latte

Giuseppe, suo cugino, che ha cinque anni più di lui, è molto più alto e molto più forte. Lui a malapena gli arriva al petto. Lo spintona. Lo fa cadere a terra. Quando lui prova a rialzarsi, Giuseppe lo ributta a terra di nuovo. Lui sa che deve rialzarsi. Sa che la finirà solo quando vedrà che scoppierà in lacrime. Lui, stando alle regole, doveva restare fermo contro la rimessa degli attrezzi mentre Giuseppe lo centrava a pallonate. All’inizio c’è riuscito, ma poi quando i tiri sono diventati troppo forti non ce l’ha fatta più. Quello che l’ha preso pieno in pancia gli ha fatto male, si è accasciato ed è finito a terra. E ora deve restarci. Altrimenti Giuseppe si inventerà un’altra regola. Magari lo prenderà a calci. È questo il ricordo che gli sovviene alla mente quando la mamma, che incinta di lui, ormai adulto, si è sposata a soli ventun anni di buon’ora, di giorno feriale e senza velo, lo chiama dopo una settimana di silenzio per dirgli che è morto suo fratello minore, zio Angelo, di otto anni più piccolo di lei, che per tutta l’infanzia regala al nipotino quella felicità che a casa non può avere…

Ci sono le cose che volano e le cose che restano, i vasi di coccio e i vasi di ferro, i cavalli da corsa e quelli da tiro o da lavoro, le bestie da soma, quelle da latte, mansuete, placide, avvezze alla costrizione di una lunga pazienza per produrre sempre di più e sempre meglio, e quelle da carne, prepotenti, che fanno il proprio comodo, violente, che sembrano aver tutte le carte in regola per dominare un mondo che pare fatto apposta per loro e non per i buoni e i gentili. Il Nordest operoso ma non ancora opulento, ancora più contadino che industriale, il microcosmo della provincia degli anni Sessanta, quelli della motorizzazione di massa, del boom, dell’euforia, dell’inizio della fine, perché si è pensato che il tempo delle vacche grasse potesse durare per sempre e invece a furia di non essere lungimirante l’Italia si è ridotta ad avere un mare di trentenni che non lavorano e in pensione non andranno mai, è l’ambientazione – sfondo e anche personaggio a sua volta – molto ben caratterizzata e significativa del romanzo lirico, scabro, solenne e tragico, anche nel lessico e nella stesura, di Villalta, che racconta una storia di formazione. Di famiglia. Di violenza. Quella di un piccolo nucleo frustrato dalla miseria in cui c’è un nonno padrone, carnefice, alcolizzato, che picchia un nipote che a sua volta, quando smette di subire perché il nonno muore, si fa carnefice del cuginetto minore perché ha conosciuto solo il linguaggio della violenza, del sotterfugio, del segreto, delle colpe incomprensibili e inconfessabili ma comunque da espiare e far espiare.



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