Bianco cavallo, bianco cavaliere

Bianco cavallo, bianco cavaliere
Due sorelline sul finire dell’ottocento, in un’America colta e borghese – ma anche severa e tradizionalista – osservano incantate il ritratto della defunta zia Amy. Quante cose si raccontano in famiglia di quella donna così bella e bizzarra! Le piccole Miranda e Maria non hanno mai conosciuto la giovane zia che morì per una malattia ai polmoni pochi mesi dopo essersi sposata con Gabriel. La zia Amy è per le bambine un continuo simbolo e punto di riferimento: lei era più bella di ogni altra donna della famiglia, lei era la più spiritosa, lei sapeva cavalcare meglio di tutti. Miranda e Maria si nutrono estasiate di tutti questi racconti, che finiscono per diventare i loro stessi ricordi, anche se, al tempo della zia Amy, non erano ancora nate. Sarà soltanto crescendo – e liberandosi via via dai condizionamenti familiari – che Miranda e Maria potranno guardare con il giusto sguardo alle vicende che riguardano la zia Amy e, soprattutto, alla sua personalità così celebrata. Il primo elemento che fa vacillare la veridicità dei racconti sentiti, è l’incontro, ad una corsa di cavalli, con Gabriel, il marito di zia Amy che loro non avevano mai visto: un uomo grasso, brutto, triste ed ubriacone. Lontanissimo dall’adone che avevano sempre sentito descrivere. Ma sarà soprattutto la cugina Eva, zitella insegnante di latino e sostenitrice del voto alle donne, a rivelare a Miranda, ormai diciottenne, la verità sulla zia Amy… Nel secondo racconto l’ambientazione cambia completamente. Siamo in una sperduta fattoria nel cuore rurale dell’America. Come in un vecchio western di John Ford, un giorno si presenta alla fattoria del signor Thompson uno svedese alto, allampanato e di pochissime parole. Si chiama Olaf Helton e chiede lavoro. Helton si rivelerà un lavoratore instancabile e prezioso per Thompson e sua moglie: è bravo in tutto, con gli animali e con le piante, per non parlare della sua abilità a lavorare i formaggi. Rimarrà con loro nove anni, contribuendo non poco a incrementare i guadagni della fattoria. Per tutto questo tempo non parlerà mai di sé e dedicherà il suo poco tempo libero a suonare le sue preziosissime armoniche a bocca. Fino a quando qualcuno verrà a cercarlo e allora la vita dei Thompson sarà letteralmente sconvolta… Nel terzo racconto ritroviamo Miranda, ormai cresciuta e impiegata in un giornale, mentre in Europa imperversa la prima guerra mondiale. Il suo fidanzato viene mandato a combattere e lei si ammala di influenza spagnola. Sarà nel delirio della malattia che Miranda sognerà di cavalcare accanto a un bianco cavaliere, allegoria della morte…
Tre preziosi lunghi racconti, usciti in America negli anni trenta, pubblicati in Italia nel 1966 e ripubblicati solo ora, con lungimiranza, da La Tartaruga. Nonostante il loro impianto classico e tradizionale, così lontano dallo stile contemporaneo, i racconti ci permettono di ritrovare Katherine Anne Porter, vincitrice del premio Pulitzer come giornalista e scrittrice di racconti, ma autrice di un solo romanzo La nave dei folli, da cui venne tratto il celebre film diretto da Stanley Kramer. Una scrittura tersa e precisa, ricca di dettagli e particolari, sia per quanto concerne le descrizioni d’ambiente che i tratti psicologici, anche quelli più intimi, dei personaggi. Nonostante lo stile un po’ old fashioned (ma che eleganza, ragazzi!), non è raro incontrare momenti di ironia e leggerezza, specie nel primo racconto, il più articolato e compiuto, dove si possono chiaramente percepire le prime, e solo apparentemente innocue intemperanze, che porteranno le donne verso il femminismo e la sacrosanta rivendicazione dei loro diritti. Alla fine della lettura rimane solo il dispiacere che la Porter non abbia scritto un maggior numero di libri di narrativa.

 

 

 

 
 
 
 
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