Bianco su nero

Bianco su nero
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Rubén è affetto da paralisi cerebrale dalla nascita. Le sue facoltà mentali sono integre, ma può muovere solo due dita delle mani e non può camminare. Sottratto alla madre, passa di orfanotrofio in orfanotrofio, di orrore in orrore, e sempre nel più rigoroso segreto ed isolamento, incontra tanti compagni di sventura…
Imperfetti, pericolosi, imbarazzanti, invisibili. Questo il triste, drammatico destino degli handicappati gravi fisici e psichici, degli anziani soli non autosufficienti nell’URSS dei decenni della Guerra fredda prima, della corsa allo spazio, dell’Afghanistan, delle Olimpiadi di Mosca, di Chernobyl, della perestrojika poi. Il sistema sovietico, ossessionato come tutti i regimi autoritari dalla propaganda, non poteva tollerare la convivenza con l’handicap, la contraddizione bruciante tra l’immagine di uomo perfetto che contrapponeva a tambur battente al marcio, decadente cittadino del blocco capitalistico. Senza contare che un’assistenza medica, sociale ed architettonica che si rispetti ai disabili costa cifre ingentissime, ben al di sopra delle capacità delle esangui casse sovietiche, già svuotate per la corsa agli armamenti. Perciò, ogni bambino malformato che avesse la mala creanza di sopravvivere alla nascita veniva internato in lerci orfanotrofi, veri e propri lager dove non si esitava ad alternare la scarsa assistenza alla sperimentazione vera e propria. Un destino orrendo che è toccato anche all’autore di questo libro. Nipote del segretario del Partito Comunista spagnolo, in esilio a Mosca a causa della dittatura franchista, Rubén è affetto da una gravissima paralisi che gli impedisce qualsiasi movimento, tranne che quello di un paio di dita. Nonostante sia nato in una lussuosa clinica riservata alla nomenclatura comunista, il suo destino non è diverso da quello di tanti anonimi bambini russi (e fa orrore a noi e anche a lui una volta diventato adulto la totale indifferenza del nonno alla sua condanna): il caso e la forza di volntà di questo strano ispano-russo dal corpo debole ma dalla mente viva e tenace (senza dimenticare la mutata situazione politica del suo paese) ci hanno permesso di fare luce su una realtà squallidamente irreale nella sua spietata concretezza. Fuggito rocambolescamente dall’orfanotrofio dove aveva vissuto 22 anni della sua vita, Gallego ha ritrovato sua madre (altra figura perlomeno discutibile) e ha deciso di raccontare al mondo la sua storia. Bianco su nero si è aggiudicato il Booker Prize russo nel 2002, sfruttando anche il viscerale riflusso anti-comunista, e ha scatenato un dibattito acceso e dalla vasta eco, tanto che il piccolo tetraplegico è stato defnito la maschera di ferro sovietica, con un riferimento letterario forse fuori luogo ma efficace. Un libro emozionante, scioccante, a volte irritante come i disabili sanno essere, spesso pervaso da un umorismo nero e senza freni. L’energia scende a valori prossimi allo zero quando l’autore racconta il suo oggi, ma questa voglia di dire: “Ce l’ho fatta!” è un sacrosanto diritto in chi è passato attraverso le fiamme dell’inferno ed è riuscito ad uscirne. O almeno così pare a noi.

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