Big Sur

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Jack Duluoz è stanco. Talmente stanco della vita dissipata che conduce in qualsiasi città si trovi ‒ New York o San Francisco ‒ da decidere in accordo con Monsanto di prendere in prestito per alcune settimane la baita che l’amico possiede a Big Sur. Così, seguendo le orme di Henry Miller, si ritira nella natura incontaminata della California. Lontano da mescalina, alcool e “cattive” compagnie cerca di ritrovare la pace mentale e fisica che dal suo ultimo successo letterario sembra aver perso. Abituarsi alla pace forzata di un esempio perfetto di locus amoenus non è però facile per un tipo come Jack, alla continua ricerca di un equilibrio tra la vita da personaggio che si è creato e la vita familiare che sovente rimpiange. Inizialmente sembra quasi che la Natura stessa, madre e matrigna, lo respinga. Arriva di notte ed è costretto a percorrere un tratto di strada a piedi, pare che gli incubi che lo inseguono da mesi siano diventati una realtà fin troppo tangibile. Il mattino, finalmente, gli permette di vedere quel che il buio gli aveva celato, l’imponenza del canyon, la forza del mare e la pericolosità della strada percorsa la notte prima. Big Sur, ben prima di essere una bellezza panoramica, si presenta a Jack, come terrificante paesaggio apocalittico. Se la pace deve essere conquistata, però, lui si sente pronto fin da subito a cercare di raggiungerla, interferenze permettendo...

Jack Duluoz è l’alter ego di Jack Kerouac, come l’autore ci precisa nel prologo del volume, esattamente come Monsanto è l’amico Lawrence Ferlinghetti e Cody Pomeray il compagno di avventure Neal Cassady. Tutti i libri dello scrittore della Beat generation nascono da vere esperienze di vita, non fa eccezione Big Sur che ha origine nelle settimane passate ospite nella baita dell’amico. Mai come in questo libro considerato “minore” conosciamo Kerouac per quel che era nel periodo di stesura del volume, portato a termine grazie al continuo utilizzo di droghe. L’autore si presenta a noi come un quarantenne, “profeta” di un’intera epoca, che si ritrova preda di una continua tensione tra quello che i suoi lettori pensano che lui sia e il più disilluso ritratto che egli stesso tratteggia della sua esistenza, “il mondo dell’azione furibonda, della follia e anche della tenerezza, visto attraverso il buco della serratura del suo occhio”. Questo di Kerouac è il racconto puntuale del suo scivolare verso la deriva. Una deriva fatta di alcolismo e droga che lo porterà alla sua fine prematura. Big Sur è dunque la descrizione di paure e di sogni che sembrano prendere forma e farsi reali a causa di una natura incontaminata che dovrebbe, invece, donare pace. Questo libro ‒ che segna il tragico inizio della fine di una vita ‒ non è semplice, al contrario è un libro complesso, sofferto e per certi versi oscuro. Imprescindibile, per capirlo appieno, la conoscenza della biografia di Kerouac. A corredo del volume è presente anche la lunga poesia dedicata alla voce dell’Oceano Pacifico che Jack più volte cita nel romanzo.



 

 

 

 
 
 
 

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