Bijou

Bijou
Nella folla del metro parigino è impossibile distinguere volti e dettagli, a meno che un cappotto giallo non irrompa nel campo visivo. Chi è quella donna? Ha un’aria così familiare che potrebbe perfino essere lei. Non rimane che seguirla, cambiare linea del metro, scendere, pedinarla, scoprire dove abita. Il quartiere è sciatto, il palazzo pure, la portinaia dice che non è una buona pagatrice, è anche piuttosto strana, mutevole. Ma può darsi che sia davvero lei? Perché sono passati 12 anni dall’ultima, anzi unica cartolina che la informava della sua esistenza, seguita dalla notizia della misteriosa morte in Marocco. E invece eccola lì, proprio a Parigi, in mezzo a pezzi di ricordi sbiaditi, voci, fotografie conservate in una scatola di latta. All’epoca della scatola però la madre era Sonia e lei era Bijou, la petite Bijou. A chi raccontare questa storia pazzesca? Perché più il cappotto giallo si avvicina, più l’angoscia si fa insostenibile …
Una solitudine agghiacciante zavorra la nostra giovane eroina. Niente amiche, niente fidanzato, niente lavoro stabile. Sopravvive lavorando come baby-sitter in una casa di persone che sembrano il suo specchio letterario: estraniate come lei, senza radici come lei e che spariscono misteriosamente. Qualcosa a cui lei è perfettamente abituata. Del resto come si fa a crescere (immaginando di essere) orfane di padre, senza fissa dimora, senza spiegazioni e senza amore: un’angoscia che spezza il cuore e cresce dietro a ogni pagina. Eppure Bijou ha voglia di cercarla, questa specie di madre, misurando Parigi passo a passo. Verrebbe voglia di urlarglielo, lascia perdere, non la cercare, è stata una cattiva madre! Ricomincia! Ma il bisogno di radici e di consapevolezza è troppo più forte, come respirare. Finché perfino respirare diventa impossibile e allora, sì, forse si può decidere che il passato non conta davvero più.

 

 

 

 
 
 
 
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