Billy Budd

Billy Budd
Il 1797 fu un anno difficile per la marina da guerra inglese. Non furono tanto le continue notizie delle vittorie francesi, quanto gli ammutinamenti esplosi in primavera a Spithead e in seguito al Nore. Il “Grande Ammutinamento” del Nore. All’inizio di quell’estate la Bellipotent 74 (74 come i suoi cannoni) del Capitano Vere, sulla via per ricongiungersi al resto della flotta nel Mediterraneo, avvicinò la Rights-of-Men, per quell’uso legittimato dall’emergenza di arruolare per mare, tra i mercantili connazionali, l’equipaggio che non si era riusciti ad arruolare a terra. Un solo uomo fu tolto alla Rights quel giorno, ma il migliore che avesse: Billy Budd, gabbiere di parrocchetto. Ventun’anni di straordinaria, vigorosa e avvenente innocenza, “una sana creatura umana”, un Adamo prima del serpente e del frutto della conoscenza. Billy ignora il male. Conosce la giustizia, la disciplina, l’obbedienza (persino al suo arruolamento improvviso e forzato sulla Bellipotent reagisce “con allegra obbedienza”), ma ignora la malvagità. Spontaneamente benevolo verso chiunque e da chiunque straordinariamente benvoluto. Così fu sulla Right, così è sulla Bellipotent. Eccezion fatta, e non è eccezione da poco, per il Maestro d’armi John Claggart. Uomo dal ruolo scomodo sulla nave (una sorta di capo di polizia addetto a sorvegliare i ponti), dal passato fumoso di dicerie, di un intelletto fuor dalla media che lo porta ad essere, suo malgrado, l’unico a bordo “intellettualmente capace di apprezzare adeguatamente il fenomeno morale offerto da Billy Budd”. Avrebbe potuto amarlo, avrebbe voluto condividere quel suo stato di innocenza, avrebbe potuto ammirarlo. Ma la sua indole era capace di vedere e cogliere l’alto valore del bene, non di goderne o di parteciparvi. Di qui il capovolgimento dell’ammirazione, il suo ripiegarsi su stessa: l’invidia. Una “monomania” che lo consuma: “qualcosa di deciso doveva scaturirne”...
Di questa ultima e postuma opera di Melville sono state date numerosissime letture e interpretazioni, quasi tutte concordi nel considerarla come una parabola, un racconto allegorico della contrapposizione tra bene e male, tra una figura cristica (Billy) e una satanica (Claggart). Ma è anche un racconto che parla prima di tutto di invidia e di modalità dello sguardo (l’invidiare è un in-vedere), ben al di là di facili semplificazioni: vede meglio Claggart accecato dall’invidia ma unico in grado di notare fino in fondo l’eccezionalità di Billy, o Billy per cui “come stavano le cose, l’innocenza era il suo accecatore”? Ed è mediante il tema dell’invidia, attraverso le numerose citazioni e allusioni a Paradise Lost di Milton e ai testi biblici, che si introduce la simbologia della vita e della morte: “La morte entrò nel mondo per invidia del diavolo (Sap. 2, 24)”. Billy Budd, dove Budd sta per germoglio o bocciolo, è l’incarnazione dell’immediatezza della vita, di una vitalità che resiste anche alla sua stessa morte. È la benedizione rivolta nel momento estremo al capitano Vere (ver in latino significa primavera). È il moltiplicarsi delle versioni sulla sua vicenda, seppur falsate, come quella riportata dalla cronaca navale. Claggart, a sua volta, è il simbolo della volontà di annientamento della morte, annientamento anche di sé, purchè sia garantita la cessazione di quell’innocente vitalità insostenibile allo sguardo. Billy Budd, infine, è anche un racconto di mare, ricco di intermezzi e divagazioni su altre navi, su altri uomini, su altre storie avvenute per mare (come il “peccato letterario” del quarto capitolo). Di più, è un compiaciuto racconto di mare. Billy Budd, in una parola, è un testamento.

 

 

 

 
 
 
 
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