Black Hills

1876. Giuseppe Garibaldi – che tutti ora conoscono come Red Jo – vive in una fattoria in Dakota con i due figli (Nino di 9 anni e Anita di 7) che gli ha lasciato Amore Lungo, morta due anni prima di febbre cerebrale, e una cagna pelosa battezzata Italia. Dopo tanti lutti e tante battaglie vuole solo quiete, ma dentro di sé sa che non la avrà ancora per molto. Così, quando un giorno al ranch - spinto da oscure visioni - gli fa visita l’ex commilitone Ofiuco, sinistro macumbeiro che ha combattuto al suo fianco sul fiume Capivary, nel Rio Grande, a Isernia, a Gettysburg, Red Jo non prova nessuna sorpresa. Ofiuco – il volto che pare “cesellato da un barbiere sadico”, una cicatrice che gli chiude a metà l’occhio destro, la pelle scura e le pistole portate “in bandoliere incrociate sul ventre, alla moda dei bandidos” – non fa in tempo a spiegare a Garibaldi il motivo della sua visita che arrivano al galoppo tre soldati del Settimo Cavalleggeri. Uno di loro è Giovanni Carrettieri, ex tamburino delle truppe di Garibaldi e ora sergente delle giubbe blu con il nome nuovo di zecca di John Carter: spiega al suo ex generale che è stato richiamato in servizio, Cavallo Pazzo e Toro Seduto stanno violando i trattati di Laramie e sulle Black Hills scorrazzano bande sioux senza controllo che minacciano l’incolumità degli operai della Northern Pacific al lavoro per costruire la ferrovia e dei cercatori d’oro e delle loro famiglie. Carrettieri/Carter non è l’unico ex commilitone di Garibaldi in forza alla cavalleria statunitense: c’è l’ungherese Stephen Turr, che ora è Maggiore, gli italiani Vinattieri, Sirtori e altri ancora. Tutti lo vogliono di nuovo al comando. Red Jo tenta di schermirsi: “Non mi va di finire la carriera trucidando pellerossa”, ma Carter lo convince che si tratta di difendere civili, non si sta pianificando nessuna aggressione…

Tra tutti i protagonisti della Storia d’Italia, Giuseppe Garibaldi è quello più vicino a un personaggio di fiction. Pare proprio preso di peso da un romanzo o un film d’avventura: guerriero indomabile, seduttore impenitente, giramondo, condottiero e ufficiale leale ma anche ribelle e sognatore. È oggettivamente facile quindi costruirgli attorno un romanzo, c’è davvero poco da inventare. Ma Luca Mazza, uno dei protagonisti della scena underground e weird italiana, fondatore con Jack Sensolini di Ignoranza Eroica, “un non-movimento cialtrone (...) che per icona vanta un impari duello tra Bud Spencer ed Elric di Melniboné”, non si accontenta e ci mette il carico da 11, inserendo Garibaldi in un plot in cui convivono gomito a gomito western, ucronia e horror. La possibile partecipazione del generale nizzardo alla Guerra di Secessione, peraltro, è un tema affascinante: nel 1861, dopo che in un articolo pubblicato sul “North American Review” si invocava “l’arruolamento” di Garibaldi e soprattutto dopo alcuni rovesci militari dell’esercito nordista, il console statunitense ad Anversa James W. Quiggle e l’ambasciatore statunitense Henry Shelton Sanford sondarono il generale offrendogli il comando di un corpo d’armata. Per tutta risposta lui chiese di essere nominato comandante in capo di tutto l’esercito dell’Unione e la cosa finì lì. Mazza immagina invece che Garibaldi abbia non solo combattuto nella Guerra di Secessione, ma che si sia trasferito a vivere in Dakota dopo aver impalmato – come suo solito – una bella ragazza nativa. E lo fa incontrare/scontrare con un altro personaggio storico “mitico” (in questo caso in negativo), il tenente colonnello George Armstrong Custer, in una battaglia di Little Big Horn trasfigurata da un orrore a metà tra Lovecraft e gli zombie. Non è solo il plot a rendere Black Hills un prodotto originalissimo (con tanto di storia d’amore omosessuale tra due personaggi) nel panorama mainstream – l’editoria underground italiana è piena di questi esperimenti narrativi, ma il mondo editoriale “ufficiale” pare non accorgersene del tutto – ma anche il linguaggio di Mazza, che si rifiuta di essere “soltanto” funzionale al plot e indulge in barocchismi a tratti fascinosi a tratti purtroppo pretestuosi.



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