Black Metal compendium - Volume 1

Black Metal compendium - Volume 1

Il Black Metal è stato probabilmente per il Metal ciò che il Punk è stato per il Rock: rabbia iconoclasta, estremizzazione del sound, rifiuto del tecnicismo, produzione lo-fi, codice estetico speciale (il corpsepaint, per dirne una), approccio nichilista e misantropo che dall’arte si riverbera sulle vite spesso maledette dei musicisti, frequente rinuncia al nome proprio in luogo di pseudonimi arcani, ossessione per tematiche nerissime (satanismo, occulto, tortura, necrofilia, violenza). Negli ultimi trent’anni sono state innumerevoli le band che si sono cimentate in questo genere musicale estremo, che ha fan devoti in tutto il globo. Questo volume ci guida per cominciare attraverso 100 album “necessari” a tracciare le coordinate del Black Metal scandinavo (Norvegia, Svezia, Finlandia, con qualche incursione in Danimarca e Islanda), analizzati e recensiti in ordine strettamente cronologico. L’eminenza grigia (o sarebbe meglio dire nera, nerissima) Burzum, i maledetti Mayhem, i vichinghi Enslaved, i feticisti Carpathian Forest, i maestri Darkthrone, i tetragoni Aura Noir, i precursori dell’industrial black metal Mysticum, i violentissimi Gorgoroth, i folli Impaled Nazarene, i filonazisti Satanic Warmaster, gli intricati Oranssi Pazuzu, i geniali Solefald e tantissimi altri…

I milanesi Lorenzo Ottolenghi e Simone Vavalà, storiche firme di www.metalitalia.com, avviano con questo volume un progetto in tre parti dedicato al Black Metal, un genere ricchissimo di protagonisti e di declinazioni, che presenta tra l’altro un contorno culturale (e di cronaca nera, purtroppo) che lo rende un fenomeno interessante non solo dal punto di vista eminentemente musicale. Questo primo capitolo è dedicato alla scena scandinava, assolutamente centrale per il genere, tanto che Ottolenghi e Vavalà datano l’inizio del Black Metal così come lo conosciamo oggi (la cosiddetta “seconda ondata”, da non confondere con i precursori Celtic Frost, Venom, Bathory e dintorni) al 1992, anno di uscita di A blaze in the northern sky dei norvegesi Darkthrone. Il percorso che parte dall’empia band di Oslo e arriva ben ventitré anni dopo a Söngvar elds og óreidu degli islandesi Misƃyrming è variegato, incalzante e non annoia, il gergo è quello tipico dei recensori metal, che per esempio usano (con forse troppa disinvoltura) aggettivi che non hanno nulla a che vedere con la musica tipo “sonorità empie”, “cantato blasfemo” creando un effetto che esalta i teenager e fa sorridere gli adulti. Personalmente più dell’ironia ha potuto la nostalgia: ho ritrovato le stesse sensazioni che provavo quando – nei primissimi anni Ottanta – leggevo sulla fanzine fotocopiata “Metal Militia” le cronache mirabolanti dei concerti europei dei Mercyful Fate. Non credo sia un caso infatti che font, interlinea e impaginazione ricordino molto il format fanzine: a ben pensarci non c’è nulla di più adatto, quando si parla di quella che gli autori definiscono, senza esagerare poi tanto, “l’ultima vera rivoluzione musicale e contro-culturale del secolo scorso”.



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