Black Village

Black Village

Buio. Goodmann armeggia con le sue scatoline che contengono polveri e grasso. Dopo qualche esitazione, ecco che una fiammella grande quanto un “seme di soia” si accende sul dorso della sua mano. Myriam è preoccupata, teme che possa bruciarlo, ma lui si sente sicuro e ordina agli altri di stare fermi. Fermi dove? Avvertono sotto i loro piedi una superficie di legno. Osservano la fragile luce per un’ora, poi un’altra e infine la vedono alimentarsi e crescere. Possono persino scorgere i propri volti ed è sconvolgente scoprire di possedere ancora una fisionomia. È osceno. Myriam si morde le labbra per non urlare, vede la testa da lupo irsuta di Goodmann “con la pelle a brandelli e gli occhi nerissimi”. Lei ha il muso semi-umano coperto di fuliggine e gli occhi folli. E il corpo di Tassili sembra sia stato coperto di catrame, graffiato poi via in lunghe strinature. A cosa serve la piccola luce? Ad andare, dice Tassili. A cominciare, sentenzia Goodmann, mentre il dolore lo assale e la sua mano fiammeggia come una torcia. Quella luce durerà a lungo e forse permetterà loro di uscire dal budello in cui si trovano. Sono lì da anni, da quando sono morti, in quel luogo oscuro in cui attendono l’estinzione, in cui il tempo non scorre ma si interrompe e lo consumano con i loro racconti, i loro “zaconti” che restano incompleti. I primi giorni erano diffidenti l’uno con l’altro, sapevano di avere lavorato per la stessa organizzazione in vita, per il Partito, ma non si conoscevano abbastanza. Ora i tre compagni avanzano nelle “tenebre bituminose”, dopo aver faticato ad adattarsi, per scovare una via d’uscita dal buio. Per fortuna hanno le storie, sono quelle a determinare i punti di riferimento, non importa se manca “quello che viene poi”, perché il ricordo di come iniziano rimane in testa. Così inizia la prima, con un grassone sudato e puzzolente che avanza zig-zag tra i corpi stesi sul pavimento, in attesa da giorni che arrivi il loro turno, con accanto tutta la documentazione che li riguarda, fino all’ultimo istante…

Per potervi immergere nella lettura di questo volume occorre sgomberare la mente, respirare a fondo e prepararsi a un viaggio fuori da ogni schema, come fuori da ogni schema opera il suo autore, che scrive firmandosi con vari nomi. Antoine Volodine, scrittore e traduttore francese nato nel 1950 (forse), dopo l’esordio nella letteratura fantascientifica, negli anni novanta ha dato vita al concetto di letteratura post-esotica, genere in cui ha creato un equilibrio tra gli elementi onirici e fantastici e la vita reale. Quello di Lutz Bassmann non è un semplice pseudonimo, ma possiede una vita propria, con tanto di biografia e esperienze esistenziali, ma come tutti gli scrittori post-esotici (per citare Volodine, che mal sopporta le etichette e sta alla larga da concetti come distopia o canone) ama la clandestinità. Inoltre Lutz, che secondo la sua nota biografica è carcerato a vita in una prigione di massima sicurezza, è la voce narrante malinconica del manuale Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, opera il cui scopo è aiutare il lettore a orientarsi in questa corrente culturale. In Black Village, borgata immaginaria, Lutz porta avanti il lavoro narrativo iniziato da Volodine in Angeli Minori, e ribalta quelli che erano “narrat” in “zaconti” interrotti. Trentuno zaconti vengono introdotti nella cornice costituita dai due capitoli iniziali (Buio 1 e 2) e i due capitoli finali (Buio 3 e 4), nell’oscurità in cui Goodmann, Tassili e Myriam vagano in cerca di una via di fuga o semplicemente dell’estinzione. Zaconti “interruptat”, sospesi, di cui non si saprà mai come terminano, ma tracciano le linee di un mondo post apocalittico dove a regnare è l’oscurità. Non è questo ad avere importanza, ma le atmosfere. Le brevi storie tetre, inquietanti, asfissianti, riguardano la morte o ciò che ne consegue. Abbiamo a che fare con spie, killer, creature antropomorfe, alieni, universi paralleli, magia. L’ispirazione, o meglio il legame con il Libro tibetano dei morti è costante nell’opera di Volodine (che, ricordiamolo, è di per sé uno pseudonimo). La sua visione di un mondo corrotto proiettato verso la distruzione, in cui le anime si dibattono per sopravvivere o morire. Immagini disturbanti che i lettori difficilmente dimenticheranno.



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