Blackout

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Bologna, ferragosto. In un palazzone della periferia deserta il caso fa incontrare davanti ad un ascensore tre persone molto diverse tra loro: Claudia è una studentessa che lavora in un bar per mantenersi gli studi: ha una relazione con un’attrice di nome Bea e deve respingere ogni giorno le avances del proprietario del bar nel quale lavora; Tomas è un sedicenne che va a preparare i bagagli per scappare di casa con la sua fidanzatina Francesca, figlia di un comico degli anni ’80 ormai dimenticato; Ferro è un serial killer che ama girare snuff movies caserecci: ha un look alla Elvis Presley, gestisce dei locali notturni e ha lasciato in una baracca poco lontano l’ultima delle sue vittime. Le vite di tutti e tre si mescolano irrimediabilmente quando l’ascensore si blocca a causa di un improvviso, inspiegabile blackout...

Dopo una serie di romanzi e racconti pubblicati per la piccola casa editrice Fernandel, Gianluca Morozzi approda ad una major dell’editoria, Guanda, con uno dei libri più interessanti, sorprendenti ed adrenalinici dell’estate 2004, ora ristampato nei tascabili TEA. Come definire altrimenti l’incubo claustrofobico e violentemente sensuale nel quale precipitano i tre protagonisti del romanzo, costruito con una tecnica ad incastro che deve molto ai maestri del brivido (a partire dal più famoso cittadino del Maine, sì, proprio quello, avete capito bene, quello che non c’è bisogno neanche di nominare) e che rende il convergere dei personaggi verso il luogo dove il loro destino si compirà (un angusto ascensore della periferia bolognese) un’overture quasi wagneriana nel suo cupo, ritmato crescendo? Anche la definizione dei caratteri è da scrittore maturo: Claudia ha tutti i crismi dell’eroina moderna e anticonformista, e se Tomas è una figura troppo stilizzata e di secondo piano rispetto agli altri compagni di sventura, in compenso con Ferro Morozzi crea uno dei cattivi più agghiaccianti, surreali e spaventosi della storia della letteratura italiana. Un villain tanto fascinoso e credibile da far rimpiangere che l’autore non abbia dato più spazio alle sue nefande imprese “extra-ascensore”, invece di ricorrere, sul finire del libro, ad un colpo di scena che ha molto di “certa” narrativa italiana, troppo intrisa di una vena satirica ormai stanca, risaputa, priva di energia e di spirito iconoclasta: avevamo davvero bisogno dell’ennesimo attacco alla televisione commerciale (entità nefanda quanto si vuole, ma inflazionatissima come “bersaglio”)? Trascurando questo aspetto (che una parte del pubblico, occorre ammetterlo, potrebbe contrariamente a chi scrive trovare l’ingrediente più saporito e geniale del libro) Blackout si legge nell’arco di pochi, accelerati battiti di cuore, è feroce, violento, commerciale, divertente. Ci siamo quasi, ancora uno sforzo.

Leggi l’intervista a Gianluca Morozzi

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