A bocce ferme

A bocce ferme

A Pineta si aspetta l’arrivo dell’Epifania. I commercianti in generale, il barrista Massimo ‒ ex titolare unico ed ora socio del BarLume ‒ in particolare. A sua discolpa, oltre al caratteraccio che ha di suo, va detto che continua a sopportare la presenza e le ingerenze continue della Banda delle Magliedilana (son sempre i soliti terribili vecchietti a cui affibbia i peggiori soprannomi), ma soprattutto l’orrido estrattore. Questo coso, composto da cinquemila pezzetti che vanno smontati ad ogni utilizzo per lavarli, lui proprio non lo regge. Tiziana (la sua socia) però lavora con lui da troppo tempo per non intuire che c’è anche qualcos’altro. Dai e dai riesce a tirargli fuori che in realtà l’estrattore è una scusa, come lo è la presenza di Aldo, che dà una mano quando ne ha voglia e poi si ricorda di essere in pensione. La verità è che da quando sono andati a vivere insieme, anche il vicequestore Alice Martelli si comporta come se bar e barista fossero di sua proprietà e a Massimo, pur amandola moltissimo, questa invasione di campo proprio non va giù. Ed è proprio Alice che si trovano davanti, quando lui e Tiziana arrivano dal commercialista. Il notaio, che sta nella stessa palazzina, ha richiesto la presenza delle forze dell’ordine, perché nel testamento di Alberto Corradi il morto si autoaccusa dell’omicidio di suo padre (putativo), Camillo Luraschi, avvenuto nel 1968. La rivelazione porta a galla tante cose che nonostante i molti anni passati sono ancora ben vive nella mente di chi c’era: e c’erano tutti, qualcuno più degli altri, membri della banda delle Magliadilana compresi…

Un romanzo che si scosta un pochino dal consueto stile della saga del BarLume. Per la prima volta – credo ‒ nella storia dei vecchietti, Marco Malvaldi mette in un romanzo anche la politica. Bravissimo a non prendere posizione (come credo sia giusto trattandosi di romanzi d’evasione e non saggi o pamphlet), ci accompagna in un passato tutto sommato abbastanza vicino da riguardarci tutti. Vediamo così Ampelio Pilade il Rimediotti e l’Aldo, giovani lavoratori nel pieno delle forze, qualcuno schierato da una parte qualcuno dall’altra – e d’altronde in quegli anni era impossibile non esserlo – fare e disfare, nonché essere coinvolti in qualcosa che non sia fare le pulci al mondo. Anche il plot giallo risente della “serietà” che fa da sfondo. Oltre che al cold case riaperto a seguito della confessione, c’è un secondo omicidio che sembra strettamente collegato e la trama è molto più “polposa” del solito. Restano i punti fermi, perché va bene il passato, passino le circostanze particolari, ma la verve toscanaccia dei nostri eroi è sempre presente e tagliente. Massimo, che non perde occasione di puntualizzare tutto, ha addirittura messo sul bancone una campana, che suona ogni qual volta ci sia la necessità di segnalare che qualcuno sta dicendo una “cazzata clamorosa”, (cosa che peraltro accade spesso). Non mancano nemmeno gli insulti, con una dettagliata spiegazione su come distinguere l’insulto offensivo da quello dettato solo da affetto e altre consuete amenità. Di nuovo, quindi, un romanzo in grado di soddisfare tutti i gusti.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER