Born to run

Born to run
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New Jersey, Freehold, anni ’50. Il piccolo Bruce abita qui, con sua sorella Virginia di un anno più piccola, i genitori Adele e Douglas Springsteen, i nonni Fred e Alice e il cane Saddle. Il padre ha origini irlandesi, la madre proviene da una famiglia italiana emigrata da anni negli Usa. Vivono letteralmente “nel grembo della Chiesa Cattolica”. A pochi metri di distanza da casa loro infatti ci sono la canonica, il convento e la scuola elementare St Rose of Lima, quella che frequenta proprio Bruce, dove le suore impartiscono un’educazione rigida e inflessibile. Una casa decrepita, una stufa a cherosene che non scalda molto, un’altra a carbone per cucinare e uno dei primi televisori del quartiere: la sua non è una famiglia ricca. Ma non molti dei suoi coetanei che abitano in zona se la passano particolarmente meglio. Ha sette anni quando capita qualcosa destinato a lasciare il segno nella sua vita. “Ladies and gentleman…. Elvis Presley”. Sono le parole del presentatore Ed Sullivan, è il 6 settembre 1956 e quella che passa in televisione è una vera rivoluzione, destinata a rimanere impressa per sempre nei suoi ricordi. Quello che vede non è un semplice uomo di spettacolo, non un normale musicista con una chitarra ma “un terremoto umano dal bacino roteante”. Paralizzato Bruce capisce cosa di più desidera al mondo, trova la chiave di volta per scoprire il senso della sua vita: la musica! Il giorno dopo così si fa accompagnare dalla madre a Diehl’s Music per almeno noleggiare una chitarra – comprarla no, non se lo possono permettere. A sette anni e senza alcuna nozione di grammatica musicale è difficile per lui maneggiare quello strumento. Ma la sera, quando la riporta al negozio, una cosa gli è chiara: fare musica deve essere il suo destino. Passano gli anni e Bruce è un adolescente abbastanza riservato con qualche problema di acne. E di nuovo è Ed Sullivan in televisione a scatenare in lui una tempesta emotiva. “Ladies and gentleman… The Beatles”. Stavolta in tv c’è il mitico gruppo di Liverpool e Bruce anche adesso sente il fuoco dentro di sé. Sono anni complicati, nel quartiere il razzismo si nasconde dappertutto, i ragazzi della sua età fanno a botte per nulla, e lui, tranquillo e poco incline allo scontro, fa di tutto per tenersi fuori da risse e guai. Comincia a lavorare presto e con i primi guadagni si compra finalmente la prima chitarra, acustica. Quella elettrica arriva dopo un po’, quando riesce a vendere il biliardo di casa e racimolare così, grazie anche all’aiuto della madre, i 69 dollari necessari a quell’acquisto. Non è di grande qualità, ma per lui è un traguardo. Dopo le prime esperienze a bussare alla sua porta arriva George Theiss, chitarrista che lo ha notato a un’esibizione e vuole chiedergli se gli interessa fare il frontman della sua band…

“La città da cui vengo è piena di piccoli impostori, e io non faccio eccezione. A vent’anni non ero un ribelle che sgommava con le auto da corsa, ma un chitarrista per le strade di Asbury Park, già membro a pieno titolo di quella categoria di personaggi che 'mentono' al servizio della verità... gli artisti con la 'a' minuscola. Avevo però quattro assi nella manica: la gioventù, quasi dieci anni di dura gavetta sui palchi dei bar, un valido gruppo di musicisti locali ben sintonizzati con il mio stile e una storia da raccontare”. Comincia così la prefazione con cui Bruce Springsteen introduce Born to Run, la sua biografia. È lui, è The Boss a raccontarsi in queste oltre 500 pagine che traggono il titolo dal suo terzo album del 1975, e dal brano omonimo. Il suo nome, si sa, è nella Rock and Roll Hall of Fame, tantissimi sono i riconoscimenti da lui conseguiti, tra cui venti Grammy Awards, un Oscar e l'onorificenza del Kennedy Center Honor, alle spalle ha concerti da brivido perennemente “sold out”. Ma forse non tutti conoscono la sua infanzia da mezzo italiano e mezzo irlandese nel New Jersey, in una periferia imbevuta di tensioni razziali, la sua educazione cattolica, la sua adolescenza alla perenne ricerca di quel qualcosa, che poi altro non sarà che la musica. E poi le difficoltà economiche, i tanti personaggi incontrati sul suo percorso, le delusioni. Gli anni “on the road” per poi, finalmente, nel 1971, il primo album, Greetings from Asbury Park, di cui dice: “non avrei più scritto musica come quella. Quando il disco uscì cominciarono a paragonarmi a Dylan, perciò cambiai stile. Ma i testi e lo spirito di quel disco non risentivano di alcuna forma d’imbarazzo, perché quando scrivi le tue prime canzoni non hai alcuna certezza che verranno mai ascoltate. Succede una volta sola”. A ruota, nello stesso anno, esce il suo secondo lavoro The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle. E si arriva poi a Born to run che dà il titolo al libro, lo spartiacque della sua carriera, che compone seduto sul letto in una casa in affitto a West Long Branch nel New Jersey, tra nottate trascorse a ascoltare Roy Orbison o Phil Spector. Leggendo queste pagine si scoprono tra questa lunga catena di successi tanti aspetti inediti della carriera ma soprattutto della vita di Springsteen, dal suo rapporto con Dio a quello con… l’alcol – ammette di non averne toccato un goccio fino a più di vent’anni! – alla sua picaresca famiglia, il padre inquadrato e severo, la sorella così precocemente matura, madre a soli 17 anni – a lei e a suo marito dedicherà The River – e tante altre storie. L’idea di un’autobiografia è sbucata nella mente di Springsteen nel 2009, dopo il grande concerto al Super Bowl con la sua E Street Band. Come racconta nei ringraziamenti posti al termine del volume, ci sono voluti sette anni di scrittura. Sette anni in cui ha annotato ricordi a mano su un quaderno che riponeva in tour e che riprendeva dopo tempo, a volte anche dopo un anno, senza fretta o scadenze, fino a arrivare all’ultimo periodo, quando il groviglio degli episodi si è sciolto in un’unica matassa narrativa. Il risultato è un volume poderoso di ricordi e curiosità che consente di conoscere appieno una leggenda vivente della musica rock.



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