Borne

All’inizio a Rachel sembra che quell’oggetto di color viola scuro sia solo un pezzo di materia organica da risulta. Poi si accorge che il viola della sua pelle si accende “di un bagliore verde smeraldo ogni mezzo minuto circa, come un lampeggiante di emergenza”. È tutta la mattina che la ragazza pedina Mord, il gigantesco, titanico orso volante che ha eletto le rovine della città e il fiume tossico che la attraversa a suo dominio e territorio di caccia. Appena il mostro si è addormentato, dopo aver sbranato qualche preda con la consueta foga (“A volte il sangue lo fa starnutire”), Rachel ha iniziato la sua ricerca. Tra il pelo dell’orso gigante si trovano infatti piccoli tesori: oggetti, brandelli di carne, altri esseri biotech creati dalla Compagnia che possono rivelarsi molto utili. Ma per fare i “cacciarifiuti” bisogna avere molta cautela e molta fortuna: non pochi si sono sfracellati al suolo dopo che Mord si è svegliato all’improvviso e ha iniziato a volare. Stavolta Rachel ha trovato quel piccolo essere viola, con la forma che ricorda un vaso, un anemone o un calamaro e la pelle tiepida e gommosa. Non sembra commestibile ma lei decide lo stesso di raccoglierlo e lo nasconde nella sua ampia maglia, così che nessun altro cacciarifiuti possa avere la tentazione di rubarglielo. Lo sente pulsare sul suo petto e decide così, d’impulso, di chiamarlo Borne. Quando torna a casa da Wick – il suo socio, il suo amante, uno spacciatore di blatte biotech che si infilano nelle orecchie e garantiscono visioni paradisiache, ex dipendente della Compagnia licenziato dieci anni addietro – lui però è perplesso. Cerca di saperne di più su Borne e grazie ai vermi mutati che ha impiantati nel polso scopre che la piccola creatura è una creazione della Compagnia. O almeno è nato dentro la Compagnia, resta da capire se è un errore, un ripensamento, qualcosa che hanno cestinato. Rachel ha la sensazione che Wick le nasconda i suoi pensieri, che sospetti qualcosa di cui non vuole parlarle. Le propone di “smontare” Borne per capirne di più, ma lei rifiuta, vuole tenerlo con sé…

Un paesaggio post-apocalittico fatto di rovine abitate da pochi esseri umani, pericolosi mutanti ed esseri creati in laboratorio fa da cornice al nuovo, attesissimo romanzo di Jeff VanderMeer, chiamato a confermarsi ad alti livelli dopo il successo planetario della sua Trilogia dell’Area X. Diciamo subito che il nuovo romanzo del profeta del New Weird è opera molto più convenzionale e “inoffensiva” delle sue precedenti. L’ambientazione e la trama sono più canoniche, lo stile è più accessibile, con meno sperimentalismi: Borne è – per capirci – un normalissimo romanzo di science-fiction di buon livello, ma nulla di sconvolgente. Le atmosfere originalissime e inquietanti, a metà strada tra Lovecraft e Tarkovskji, che hanno permesso ad Annientamento, Autorità e Accettazione di attirare l’attenzione degli ambienti più “letterari” (non a caso la trilogia è stata presentata in Italia nei Supercoralli Einaudi) sono ormai perdute. La lotta per la conquista, da parte dei pochi sopravvissuti, di un mondo sfigurato dalla ὕβϱις dell’industria biotech e il passaggio dall’infanzia all’età adulta di una creatura mutaforma (il Borne del titolo) sono il pretesto per lo scrittore di Bellefonte per porsi e porci interrogativi su ciò che ci rende umani in una favola ambientalista che ci regala una visione inquietante – ma tutt’altro che inedita – del futuro.



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