Brancaleone

La quiete di un villaggio medievale dell’Italia centrale in riva ad un torbido fiumiciattolo viene turbata dall’assalto di un gruppo di macilenti predoni, una ventina tra alemanni e italioti, disertori di qualche armata di passaggio. Dopo il saccheggio, le uccisioni e gli stupri, nel villaggio scende il silenzio. All’improvviso, però, sul posto arrivano un cavaliere e il suo scudiero, ignari di tutto. I predoni tendono loro un agguato: un colpo di picca alle spalle uccide lo scudiero, ma il cavaliere è uomo d’armi addestrato e ben equipaggiato e in breve fa strage dei saccheggiatori, rimediando però una brutta ferita ad un occhio. Mentre è chino al fiume a lavarsi la ferita, l’uomo viene colpito a tradimento alla testa con un grosso masso da un barbaro che si era finto morto. Come poveri sciacalli, quest’ultimo e due abitanti del villaggio che si erano nascosti in un barile di letame si gettano sul corpo del cavaliere per contendersi le sue armi e i suoi oggetti. Tra questi, anche un rotolo di pergamena che azzuffandosi strappano parzialmente. Raccolti quei piccoli tesori, i tre straccioni corrono nella vicina Civita da Abacuc, un mercante ebreo molto anziano che gira per i dintorni accumulando misere mercanzie in un baule con le ruote. Mentre esamina la merce, Abacuc sbianca: la pergamena reca il sigillo imperiale e concede al cavaliere che la possiede la signoria del feudo di Aurocastro, nelle Puglie. Per approfittare della situazione occorre però trovare un cavaliere disposto ad unirsi a loro nel viaggio. Quindi, un cavaliere male in arnese…
Quel cavaliere, come chi ha visto almeno una volta (ammesso che esista qualche tapino che non abbia sentito l’assoluta, inderogabile necessità di ripetere l’esperienza ancora e ancora) il travolgente “L’armata Brancaleone” per la regia di Mario Monicelli, è proprio Brancaleone da Norcia (il nome non è frutto di un geniale copywriting bensì è quello di uno dei partecipanti alla disfida di Barletta, nel 1503). Don Chisciotte straccione e guitto, italiano medio ante litteram eppure di animo nobilissimo, coraggioso e vigliacco assieme, cascamorto vergine assai facile all’innamoramento, valoroso guerriero con l’armatura che casca a pezzi e un cavallo anarchico, fanfarone ma credulone, tenero ma opportunista: un personaggio splendido e sfaccettato che sul grande schermo è stato mirabilmente interpretato dal mattatore Vittorio Gassman. Gallucci pubblica qui la novelization del film, che si avvaleva di una sceneggiatura assolutamente geniale, scritta da Agenore Incrocci e Furio Scarpelli (in arte Age & Scarpelli) e dallo stesso Monicelli in una sorta di grammelot “a cavallo tra il latino maccheronico, la lingua volgare medievale e l’espressione dialettale”. La narrazione fila e non si limita a supportare i dialoghi, per carità, ma in quanto romanzo a sé il libro non reggerebbe, è troppo poco godibile da chi non ha visto e apprezzato il film. E anche in questo caso, è poco più di un omaggio all’opera filmica, sacrosanto autoerotismo per fan. Le atmosfere, le vicende e le parole son le stesse: ma qui Vittorio Gassman, Gian Maria Volontè ed Enrico Maria Salerno non ci sono. Ed è una bella differenza.

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