Breve diario di frontiera

Breve diario di frontiera
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L’Albania di Enver Hoxha non è quella di adesso, ricca e piena di opportunità, il Paese in cui i giovani italiani si trasferiscono per studiare Odontoiatria o dove i pensionati, sempre italiani, si recano per sopravvivere alla loro misera pensione. Il Paese delle aquile è quello di ieri, un luogo chiuso in cui un militare viene premiato con un giorno di licenza se riesce ad uccidere un altro albanese che tenta di fuggire verso il “mondo-oltre-i-confini”. È l’epoca delle delazioni fatte dei familiari o dei licenziamenti in tronco per un peto involontario durante dei funerali di Stato. L’era del grigio indossato in tutte le sue tonalità o delle ingiustizie continue mandate giù dalla popolazione sotto scacco. Il protagonista, alter ego dello stesso Kaplani, guarda di nascosto la televisione italiana quando ci riesce e sogna di laurearsi in Grecia, perché ama la sua millenaria cultura classica. Quando le frontiere iniziano ad allentarsi, decide di percorrere per otto lunghi giorni un percorso impervio tra la neve e i lupi per oltrepassare quella linea di confine lungo la quale molti suoi connazionali hanno perso la vita; una schiera di dimenticati perdenti di una battaglia tra poveri che indiscriminatamente colpisce tutti, uomini o donne, ragazzi o anziani. Raggiungere l’agognato universo “occidentale” però non significa, almeno all’inizio, libertà ed emancipazione. Il tendone in cui vengono stipati quegli “stranieri” non è altro che una grande prigione senza i servizi di base, un ennesimo ostacolo da superare, un non-luogo dove non rimane che continuare a sognare, esattamente come si faceva nei villaggi di montagna che molti di quei migranti si sono lasciati alle spalle.

Il migrante per definizione ha una lunga strada alle spalle: una strada fatta di dolore, di morte, di sangue. I migranti di adesso, quelli raccontati quotidianamente dalla televisione, non sono diversi dai migranti che nei primi anni ‘90 lasciavano l’Albania per l’Italia o la Grecia. Un albanese alle orecchie di un abitante di Atene o Igumenitsa quando prova a parlare la sua lingua, risulta irritante, fastidioso, mai simpatico. Questo può valere anche per i rumeni in Italia o per le mille altre comunità che vivono fuori dai confini del Paese in cui sono nati. Insieme al fastidio viaggiano l’intolleranza e la discriminazione, con tutti i pregiudizi connessi: straniero ladro di lavoro, ladro di donne donne o semplicemente ladro. Il bagaglio di esperienze di ognuno di loro è grande e ingombrante quanto quello pieno di aspettative e illusioni per quel mondo “altro” che non equivale mai a quello presente nella loro mente. Dov’è la prosperità pubblicizzata in televisione? Dove sono il sesso e l’amore libero che molti raccontavano con vividi dettagli nei bar? Dove sono quelle donne promiscue e spregiudicate che popolavano i sogni di tutti? Kapllani descrive quell’estraniamento, quella “sindrome delle frontiere” che rimane nelle vene degli immigrati anche quando sono uomini o donne affermati e di successo. Anche lui, oggi professore universitario ad Atene, non può dimenticare quei giorni passati in un capannone con altri mille connazionali a dormire sul pavimento freddo o a mangiare il pane che i poliziotti greci gli tiravano con cattiveria. Semplicemente, non può dimenticare.



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