Bruciare tutto

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Alla parrocchia milanese di San Carlo Lwanga è stato da poco assegnato il giovane don Leo Bazzoli, per affiancare come viceparroco l’anziano e smagato don Fermo Bolzoni, che tra l’altro ha da anni una relazione con l’Adua, l’energica e materna perpetua della parrocchia. Leo ama i Nirvana ed Amy Winehouse, è ironico e brusco con la varia umanità che frequenta San Carlo Lwanga, quando dice messa sfodera omelie lunghe e aggressive che creano sconcerto e noia tra i parrocchiani, ma sotto sotto è un ragazzo fragile, se è emozionato balbetta un po’. È arrivato al sacerdozio abbastanza tardi, tra le perplessità dei direttori del seminario di Veregono, che hanno sempre guardato con un po’ di sospetto alla sua fede veemente. Qualche giorno fa don Leo è finito persino sul giornale, perché si è offerto in ostaggio durante una rapina alla Banca Popolare di Vicenza in corso Como. Il giovane viceparroco è immerso costantemente in un flusso ininterrotto di pensieri, di riflessioni, di rimandi, di dubbi. Parla senza posa con se stesso, ma parla anche con Dio, che vede come “una distesa di ghiaccio senza un albero, senza un’ombra”. È un Dio che “intimidisce e annienta; ma incarnandosi si è aperto il costato, si masturbava, ha pianto”. Leo con Dio parla di tutto, ma soprattutto gira intorno al suo segreto: è attratto sessualmente dai bambini. Però si tratta solo di una fantasia, di un’ossessione, sia chiaro: lui “si sente diverso dai preti che vengono indicati al pubblico ludibrio, i molestatori e i viscidi; un diverso al cubo” perché nessuno si accorge e si è mai accorto della sua pedofilia, men che meno i bambini della parrocchia, che lui si guarda bene dall’infastidire. Solo una volta, molti anni prima, quando ancora non era sacerdote, ha ceduto alla terribile tentazione e nessuno lo sa, tranne quel bambino romano che oggi è diventato un ragazzo…

Resistere tempra l’anima e apre le porte della salvezza oppure non serve a niente, come suggeriva il titolo del romanzo con cui Walter Siti vinse il Premio Strega nel 2013? La carne va mortificata o glorificata, la natura va repressa o assecondata? E soprattutto l’istintuale e il naturale coincidono sempre, per definizione, oppure a volte gli istinti possono confliggere con il naturale, pervertirlo? È uno dei tanti dilemmi – forse nemmeno il più importante – sui quali si arrovella questo sacerdote molto sui generis, che affoga nelle pagine del libro in una parossistica superfetazione di riflessioni laiche, pop, (dannate?) che spaziano dal politico al sociale, dal sessuale al filosofico ma con un piglio da “uomo di mondo” che pare al lettore sin da subito abbastanza fuori sincrono con la figura di un giovane prete entusiasta e zelante, ragionevole e irragionevole al tempo stesso, intransigente e transigente. Ecco, il punto è forse proprio questo: Walter Siti è stato accusato da alcuni critici, soprattutto di area cattolica ma non solo, di aver voluto “giustificare” la pedofilia. Credo abbia voluto piuttosto rendere plastica la tensione lacerante tra umano e inumano, tra la richiesta mandatoria che si fa ai sacerdoti di annullare loro stessi nell’amore verso gli altri e il divieto assoluto che per loro tale amore sia anche sensuale: “Dio è amore: sì, ma che tipo di amore? Dio non lecca, non bacia, non ha un corpo da penetrare e da cui essere penetrati”, fa dire Siti al suo protagonista. E poi “(…) se Dio è padrone della distanza, anche il desiderio è un suo subordinato”. Se lo scrittore modenese avesse fatto vivere al suo don Leo la stessa storia – non importa se eterosessuale od omosessuale – ma con un interlocutore adulto, probabilmente si sarebbe gridato al capolavoro. Ma, va detto, ci si sarebbe allontanati dalla cronaca, dall’attenzione del pubblico, dal centro sanguinante della ferita che in questi anni è piantata nel costato della Chiesa. Calcolo commerciale? Legittima aspirazione a raccontare ciò che è più bruciante raccontare? Pedofilia soltanto “come metafora”, come sostiene lo stesso Siti nella nota finale? Fantasmi personali dell’autore? Voglia di provocare? Certo è che proprio una provocazione è parsa ai più la dedica in esergo a don Milani. Siti, in un’intervista concessa a “la Repubblica”, l’ha motivata così: “Mi è parso che in alcune sue lettere don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi, ma se ho sbagliato l'interpretazione, allora la dedica è fuori bersaglio”. I brani epistolari del sacerdote di Barbiana in questione sono i seguenti: in una lettera a Giorgio Pecorini afferma “E so che se un rischio corro per l'anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)”, mentre in una lettera a un amico scrive “Vita spirituale? Ma sai in che consiste oggi per me? Nel tenere le mani a posto”. La scelta dell’autore di Bruciare tutto purtroppo si è rivelata incauta, un boomerang bello e buono che ha scatenato su di lui reazioni rabbiose che hanno distolto l’attenzione dal suo romanzo anziché attirarla. Peccato, perché il libro di per sé è turbinoso, interessante, capace di emozionare e far riflettere.



 

 

 
 
 
 

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