Bruges la morta

Bruges la morta
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Nella grigia e malinconica Bruges tutti conoscono Hugues Viane, il vedovo inconsolabile che da cinque anni vive come se fosse morto. Abita in una casa piena di oggetti appartenuti alla sua amata, ora divenuti reliquie da venerare – la treccia di capelli conservata sotto una teca di vetro, gli abiti mai più toccati, i gioielli abbandonati. Qualche volta si concede una breve passeggiata per le vie desolate della città e vaga senza meta in compagnia della sua anima afflitta. I volti che vede sono inespressivi, i giorni tutti uguali, ma una sera – come una rivelazione – gli appare una donna. La riconosce subito: capelli, occhi e modo di camminare sono gli stessi. No, non è certo la sua sposa perduta, è solo una copia e per giunta più la frequenta più la scopre volgare e bugiarda. Eppure, come in un copione tutto sbagliato, Hugues se ne innamora. La città, intanto, osserva e disapprova: a Bruges le somiglianze sono come un corso d’acqua ghiacciato e chi vi si specchia vede solo la superficie...

Bruges la morta di Georges Rodenbach è stato scritto nel 1892, un anno dopo Il ritratto di Dorian Gray e con il capolavoro di Oscar Wilde ha diverse cose in comune, a cominciare dal tema del doppio. Rodenbach, però, crea un vero e proprio labirinto di specchi: non racconta solo di una donna che è raffigurazione vivente d’una defunta, ma anche dell’infelicità di un vedovo e di come questa s’amalgami allo squallore di un luogo. Più di Hugues Viane, infatti, è Bruges la vera protagonista: sembra fatta apposta per incontrare spettri, provare nostalgia di cose impossibili e precipitare in quelle “tentazioni diaboliche” di cui l’arte si nutre fin dai tempi del Faustus di Christopher Marlowe, passando per La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock e oltre. Rassegnarsi alla morte è forse la prova più difficile per ogni essere umano, ma – e ci perdonino i belgi – se capiterà di passare per Bruges, meglio chiudere i finestrini e pigiare forte sull’acceleratore.



 

 

 

 
 
 
 

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