Bruno Giordano

Bruno Giordano

Il sor Carlo Giordano di Trastevere ha bottega a Via delle Grotte, lì dove Campo de’ Fiori interseca piazza Farnese. Proprio dove la statua di bronzo di Giordano Bruno troneggia fiera sui tetti delle bancarelle. Ed è forse proprio per quella presenza immobile ma costante che il 13 agosto del 1956, quando gli nasce un figlio maschio, il signor Giordano decide di chiamarlo proprio Bruno, come quel misterioso filosofo. Di Bruno la mamma racconta che è nato con la palla nei piedi già mentre era dentro il suo ventre, come solo i campioni, come solo i predestinati in genere fanno. E in effetti a Bruno non sembra interessare altro fin dalla sua primissima infanzia, quando comincia come tutti allora per strada a tirare i primi calci ad un pallone tra Trastevere e Testaccio – schivando le ire dei pizzardoni di turno ‒, in quelle interminabili partite che duravano fino a che il proprietario del pallone in genere doveva giocoforza ritornare a casa attirato dalle urla della madre, o più spesso e semplicemente per il sopraggiungere dell’oscurità. Ma in genere il gioco in strada si esauriva con l’età. C’era chi abbandonava per lo studio, chi per lavoro, chi per seguire gli occhi dolci di qualche ragazzetta. Anche perché in quegli anni non c’erano le centinaia di scuole calcio che brulicano oggi. Allora persino Lazio e Roma erano sprovviste degli attuali centri sportivi di Formello e Trigoria e si allenavano in campi aperti a Tor di Quinto e alle Tre Fontane all’EUR. Per chi proprio dal pallone non riusciva a separarsi però c’era la parrocchia, che in cambio della messa domenicale offriva un cortile dove poter proseguire quella viscerale passione e qualche campetto sgangherato. E sarà proprio la parrocchia di don Pizzi, a Santa Maria in Trastevere, che fungerà da palestra sportiva ma anche e sopratutto di vita per il piccolo Bruno Giordano e per i suoi irriducibili compagni di pedata. Finché, notato da un osservatore, non viene convocato un giorno per un provino nella Lazio, dove tra oltre cento bambini può finalmente dimostrare tutto ciò che la strada e il suo innato talento in quegli anni gli hanno insegnato...

Con la prefazione di Edoardo Albinati questa biografia del campione laziale (e napoletano) Bruno Giordano scritta da Giancarlo Governi, ha il pregio rispetto ai numerosi saggi del genere di farsi leggere e di farti appassionare come un vero e proprio romanzo di formazione. Governi infatti ha la capacità di non decontestualizzare mai la storia di Giordano ‒ che man mano e in prima persona ci e si racconta ‒ da quello che è il contesto di vita che via via gli fa da sfondo. Ne emerge così, oltre che l’indubbia ammirazione e ricordo di uno dei più cristallini talenti calcistici degli anni ‘70 e ‘80, anche l’incredibile epopea umana di un uomo che tra carcere – vissuto da innocente con l’incredibile vicenda scandalo del calcio scommesse che travolse il circo del pallone alla vigilia del vittorioso mundial di Spagna ‘82 ‒, un terribile e folle infortunio subito, l’essere diretto testimone di uno dei primi assurdi e vigliacchi episodi di violenza negli stadi (la drammatica morte del tifoso Paparelli durante un derby Lazio Roma), la morte assurda dell’amico e compagno di squadra Re Cecconi oltre che varie e drammatiche vicissitudini familiari, ha saputo mantenere sempre la rotta dritta in un saliscendi di emozioni infinite che dalla polvere lo hanno sempre fatto emergere più forte e determinato di prima. Il tutto con un occhio all’Italia che sullo sfondo scorre e(in)volvendo tra contestazioni, sequestri, anni di piombo, primi vagiti di violenza ultrà, calcio scommesse, traghettando il movimento calcistico e l’intero Paese nell’era contemporanea, quella del calcio iper tecnologico e “brandizzato”. E così tra l’abbandono nostalgico ma mai retorico ad un calcio fatto di personaggi indimenticabili – Chinaglia, Re Cecconi, Maestrelli, Maradona, Costantino Rozzi ‒, e episodi e aneddoti di spogliatoi a metà tra caserme e confessionali, si giunge alla fine di questo viaggio che inevitabilmente fa un po’ da specchio alla nostra gioventù con l’immancabile occhio lucido e lo stato d’animo con il quale si salutano i vecchi amici dopo una bella, cameratesca e indimenticabile rimpatriata.



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