Buchenwald

 Buchenwald

Nell’aprile 1944, la famiglia Salmoni scappa da Genova per sfuggire alle persecuzioni naziste, ma la sua fuga in alta montagna – agevolata da due montanari del posto ma ostacolata fortemente dalla neve – ha termine al confine svizzero con la cattura. Gino e Vittorina, coi figli Renato, Dora e Gilberto, il più piccolo, cominciano il loro calvario sballottati attraverso ben cinque carceri: Bormio, Tirano, Como, Milano, fino a Fossoli, in cui sono detenuti nel Campo di smistamento. Qui, i cinque riescono a farsi classificare come “ebrei misti” grazie ad alcuni documenti che Vittorina è riuscita a raccogliere presso certi prelati genovesi: una manna, se si pensa che gli “ebrei puri” partivano regolarmente in treno per Auschwitz senza possibilità di appello; girano voci che quel campo è il peggiore, che chi vi entra non ne esce vivo. Che ci sono docce finte da dove fuoriesce il gas al posto dell’acqua. Dopo alcuni mesi a Fossoli, tocca anche ai Salmoni prendere posto in uno dei vagoni del lungo treno della morte: uno è destinato a Buchenwald, uno a Ravensbrück. Gli altri, tutti ad Auschwitz. Gino, Vittorina e Dora sono dirottati sul peggiore, trovando la morte subito dopo il loro arrivo al campo, ma Gilberto e Renato hanno più fortuna – se di fortuna si può parlare – perché Buchenwald è in qualche modo differente dagli altri campi di concentramento: non è un campo di sterminio totale, ci portano perlopiù prigionieri politici e ai nazisti interessa soprattutto che i deportati lavorino e producano. Il viaggio, per Gilberto e suo fratello, dura quattro giorni, durante i quali il lungo convoglio fa qualche sosta, per spogliarsi pian piano dai vagoni: a Buchenwald, la locomotiva arriva con una sola carrozza ad un centinaio di metri dall’ingresso al campo. Accolti con un cartello che vuole essere una rappresentazione della macabra ironia nazista – Caracho Weg, che incita a sbrigarsi, correre, non perdere tempo – per i due ragazzi inizia l’iter di trasformazione in “schiavi di Hitler”: la rasatura dei capelli, la visita medica, la doccia “disinfestante”, la vestizione, la quarantena e la successiva assegnazione al blocco 48…

Quando Buchenwald cessò di esistere, nell’aprile 1945, in seguito alla liberazione da parte delle forze alleate, Gilberto Salmoni e suo fratello Renato strinsero un accordo: dimenticare il campo. O meglio, mettere da parte per quanto possibile quei ricordi dolorosi. Galeotta, nel 1999 – Renato è venuto a mancare nel ’93 – fu la proposta che l’ANED (Associazione nazionale ex deportati politici e razziali nei campi nazisti, a cui i due fratelli si erano iscritti per solidarietà nonostante il “patto”) fece a Gilberto di succedere all’ormai anziano presidente Rosario Fucile; un ruolo importante, accettato da Salmoni con molte riserve ma col tempo, amato profondamente. È allora che all’autore tornano la forza e la voglia di parlare di quel terribile anno della sua vita, il sedicesimo, in cui tutta la speranza e l’intraprendenza della giovinezza si erano spenti di fronte all’orrore. Tutto l’opposto di suo fratello Renato, che aveva approcciato alla situazione in modo più positivo e si era fatto numerosi amici tra i deportati, entrando poi a far parte di quel Comitato Clandestino di Resistenza che trova larga parte nel lavoro di Salmoni, e che rappresenta il più forte tratto di distinzione tra Buchenwald e gli altri campi di concentramento. Il libro, un volumetto tascabile di sole 150 pagine, è un interessante concentrato di storia che attingendo da testi redatti da altri deportati e da numerosi documenti ricostruisce Buchenwald a partire dalle sue fondamenta, gettate nel 1937 sulla cima pianeggiante del monte Ettersberg in Turingia, a pochi chilometri dalla città di Weimar. Un campo molto vasto – tra ville e caserme bellissime per gli ufficiali SS e baracche dove venivano ammassati i deportati – come dimostra la mappa in una delle numerose fotografie in bianco e nero a corredo dell’opera. Molti e terribili sono i ricordi dell’autore: il duro lavoro, lo scarso cibo, quella maledetta mancanza di sonno che lo rendeva amorfo e poco partecipe alla misera vita ricreativa dei deportati. Ricorda invece con affetto i francesi, la cui amicizia e solidarietà hanno saputo consolarlo. Quelle sensazioni che allora gli bruciavano sotto la pelle, trovano oggi immagini concrete tra le pagine di questa raccolta: certe situazioni non le ha nemmeno vissute o viste coi propri occhi (correva voce che nel sotterraneo del crematorio avvenivano le impiccagioni con l’utilizzo dei ganci) mentre alcune sono solo ipotizzate: Hans e Paul, giovani reclute S.S, dialogano mostrando grande entusiasmo per il loro addestramento: “Ci divertiremo. Heil Hitler”.



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