Buio per i bastardi di Pizzofalcone

Buio per i bastardi di Pizzofalcone
È piccolo Dodo, dieci anni appena: e anche se gli hanno detto che a scuola non deve portare i giocattoli, di lasciare a casa Batman non se ne parla proprio. Perché Batman non è un supereroe come tutti gli altri, non ha i superpoteri: è solo coraggioso, come il suo papà. Ed è sicuro Edoardo che il suo papà verrà a prenderlo, a portalo via da quel posto buio e freddo. Chissà cosa vuole quell’uomo che li ha portati via, ne ha paura anche Lena che è grande e gli ha detto che se lo accontentano forse non gli farà male. In fondo non lo sta trattando male, gli ha portato anche i sofficini da mangiare, erano freddi e a lui non piacciono freddi, ma forse non è così cattivo. Magari è solo nervoso. E in ogni caso gli ha lasciato Batman... La chiamata in commissariato è arrivata dal museo in cui la classe di Dodo era in visita. Romano e Aragona, che raccolgono le testimonianze della suora e dei compagni, vuoi per l’esperienza vuoi per l’intuito di sbirri capiscono che non si tratta di una marachella. Partono immediate le indagini e vengono richieste le autorizzazioni al magistrato prima che qualcuno concretizzi la paura nella parola “rapimento”.  Perché Edoardo è figlio di Eva Borrelli nonché unico nipote di Edoardo, un uomo che nonostante la reclusione in casa e la malattia che lo ha costretto su una sedia a rotelle, ha ancora un tale potere e una tale ricchezza da far tremare i polsi. Una grana grossa per i Bastardi. Nonostante gli altri casi in cui sono impegnati, Lojacono e De Nardo sono alle prese con un furto – senza effrazione e senza che manchi nulla di valore – e Pisanelli sia sempre alle prese con il “caso” dei suicidi che lui ritiene omicidi, non appena si realizza che effettivamente di rapimento si tratta, la squadra lavora compatta e coesa…
Sempre più cattivi i romanzi di Maurizio de Giovanni, che scava con inedita e incredibile leggerezza nelle più profonde oscurità dell’animo umano. In questo secondo capitolo della saga, riesce ancora una volta nella non facile impresa di dare ad ogni personaggio spazio e spessore senza che nessuno prevalga sugli altri. Una sfida che ha iniziato con il libro precedente – I bastardi di Pizzofalcone – in cui ha iniziato il tratteggio della squadra, che porta avanti in questo dando sempre più corpo ai poliziotti che scherzano addirittura fra loro sui soprannomi dati da Aragona, nato come parodia del poliziotto da telefilm e che si rivela invece avere delle doti inaspettate: la sua mancanza totale di fantasia fa sì che riesca a vedere i fatti senza le sovrastrutture personali che rischiano sempre di spostare l’attenzione. La squadra che de Giovanni ha messo in piedi è davvero figlia dell’87° Distretto di Ed McBain - dichiarato ispiratore – e per la location che è sempre l’amata Napoli ricorda a tratti anche la serie televisiva “La Squadra”, che è andata in onda dal 2000, un team in cui nel rispetto dei rispettivi ruoli e competenze ogni uomo è indispensabile. Un amalgama perfetto fra le trame poliziesche vere e proprie – impeccabili – e la vita di questi sei uomini e donne, messi insieme dal caso e che stanno dando vita a qualcosa di inaspettato. Unico “difetto” di questo libro, come degli altri di questo autore, è che quando lo chiudi vorresti poter dimenticarlo immediatamente per poter ricominciare a leggerlo da capo.

 

 

 

 
 
 
 
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