C’è vita sulla Terra?

C’è vita sulla Terra?
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I messicani sono strani e tre anni di vita a Barcellona non possono averti fatto dimenticare la pervicacia con cui coltivano la propria stranezza: tua madre vende lenti di ingrandimento e telescopi in semiclandestinità senza alcun motivo apparente, ma la sua attività ti salva un occhio prelevando un’oculista dalla fila in salumeria… I messicani sono religiosi e il fatto di esserti segnato al decollo di un volo ad elica ha probabilmente portato la moglie di un narcotrafficante a cercare conforto nelle tue parole… I messicani sono superstiziosi e contano sui poteri di coltelli magici per sfidare il riscaldamento globale o sui poteri divinatori dei biscottini cinesi per salvare un’amicizia… I messicani sono ritardatari e considerano la puntualità una malattia da curare sottoponendo l’ospite anticipatario a una forte dose di arachidi e cuba libre… I messicani sono abitudinari e pur di non rinunciare alle proprie abitudini, sviluppano una dipendenza da oggetti quotidiani come materassi bitorzoluti e tostapane inutili… I messicani sono pragmatici nell’approccio ai problemi e dinanzi a una bolletta della luce astronomica consigliano un diablito per ingannare il contatore…

C’è vita sul pianeta? In caso affermativo le prove non si possono che cercare in Messico e per farlo, non si può che partire dall’analisi delle piccole abitudini, delle ossessioni nazionali, delle coazioni a ripetere che in questo Paese più che in qualsiasi altro trovano la loro espressione più soavemente ironica e che in Juan Villoro e nei suoi articuentos (“racconticoli”) hanno un cantore consapevole e mai irridente. In un mondo che ha pieno accesso alle informazioni, che è ormai costantemente collegato in tempo reale, sono molte le piccole cose che ci sfuggono e l’intuito giornalistico di un uomo che ha, per sua ammissione, deciso di scollegarsi dall’Importante con somma preoccupazione dei suoi mentori letterari, ce le regala costruendo piccoli affreschi, staccati uno dall’altro, volutamente decontestualizzati, come i capolavori dell’arte europea che da piccolo ammirava riprodotti sulle scatole dei fiammiferi. Le storie si dipanano lungo un orizzonte temporale spesso incerto, in quello che l’autore stesso definisce “un presente sospeso” . Riflessioni sulla memoria collettiva scatenate da una partita guardata in una lugubre osteria di Dachau, si alternano a pensieri sparsi sul valore della bellezza, sull’imbarazzo che i poveri vivono dinanzi ai più poveri, su un Paese, che “nell’attesa di diventare una super potenza” vive secondo una sua agenda asincrona. Al termine della ricerca, le prove raccolte portano a sostenere che sì, la Terra pullula di “micro vita”, di piccole vite. E che raccontarle vale ampiamente il prezzo del viaggio.



 

 

 
 
 
 

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