Cacao

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È arrivato a Ilhéus da San Cristovào, il sergipano, dopo aver lavorato per qualche anno in fabbrica alle dipendenze dello zio. Un brutale sfruttatore, a differenza di suo padre, un uomo buono e dai modi gentili educato in Europa: prima di morire era lui a guidare la filanda, allora le condizioni degli operai erano migliori e la fabbrica andava abbastanza bene. Ha deciso di imbarcarsi verso Ilhéus, la fantomatica “terra del cacao e del denaro”, “l’Eldorado” di cui gli operai della borgata Cu com Bunda parlavano “come se fosse la terra di Canaà”. Ha viaggiato da Ilhéus a Pirangi, dove ha trovato un lavoro da “affittato” nelle roças del coronel Manuel Misael de Sousa Teles, coronel conosciuto in città come Mané Frajelo, il “flagello”, magnate del cacao e padrone spietato. La sua Fazenda Fraternidad è a due leghe e mezza da Pirangi: una casa-grande padronale circondata dalle case di fango e paglia dei braccianti, che lavorano per tremilacinquecento réis al giorno, un piatto di fagioli e carne secca, un pugno di jaca e poche ore di libertà nei bordelli di Pirangi. Nella casetta dove abita il sergipano sono in quattro. C’è Honório, un nero enorme “con gli occhi mansueti da agnello, denti sorridenti e mani da assassino”. Joao Grilo, il matematico. Colodino, il carpentiere cantastorie...

“Ho cercato di raccontare in questo libro, con un minimo di letteratura per un massimo di onestà, la vita dei lavoratori delle fazendas di cacao nel Sud dello stato di Bahia. Sarà un romanzo proletario?” Con questa nota datata 1933 si apre il secondo romanzo di Jorge Amado, Cacao. La premessa di Amado racchiude già la doppia anima di questa breve, intensa prova in cui finzione narrativa e spunto autobiografico si sovrappongono e si intrecciano, raccontando uno squarcio di vita nelle fazendas di cacao tanto familiari all’autore (egli stesso figlio di “colonnello”). C’è l’onestà, un impeto di realismo che si traduce nell’asciutto, lineare, a tratti cronachistico racconto in prima persona delle condizioni degli “affittati” delle roças di cacao, e la denuncia, l’impegno politico – sono gli anni dell’inizio della militanza politica di un Amado appena ventunenne negli ambienti comunisti –, la speranza del veder affiorare una reale coscienza di classe. Questo il “nome più bello” di un sentimento di solidarietà incondizionata per i propri compagni di sventura, ben noto ai personaggi tratteggiati in Cacao. C’è, d’altro canto, quel “minimo di letteratura”, l’affiorare, sebbene ancora in nuce, di ciò che sarà la grande poetica della maturità del cantore di Bahia: una certa bellezza decadente, malinconica, un’atmosfera suggestiva e avvolgente di “bello e irreale” cui concorre tutto, il verde dei cocchi e il miele vischioso di cacao, il sapore forte della cachaça, persino il lezzo, i bambini cenciosi, i corpi sfatti delle prostitute. E il retrogusto della speranza di uomini che vivono per sopravvivere, ma capaci di farlo “col cuore pulito e felice”. Una galleria di “nati già vinti”, uomini ridotti "a molto meno di un uomo”, il cui valore è persino minore di un cocco di cacao. Operai di fabbrica, operaie del sesso, operai del cacao, colti con pochi tratti nella loro essenza di sconfitti ma animati da una vitalità vibrante e irrefrenabile che freme sotto la superficie. Amado è tutto questo sin dal principio, cantastorie appassionato di un mondo affascinante, dalle molte contraddizioni e zone d’ombra. Di queste ultime Cacao, seppur prova acerba, è cruda e magnifica testimonianza.



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