Cacciatori di nazisti

Cacciatori di nazisti

12 agosto 1944. Manca meno di un anno alla fine della Seconda guerra mondiale, ma nessuno lo sa. Tantomeno i passeggeri del bombardiere Armstrong Whitworth AW.38 Whitley che vola nel cielo francese. Sono quasi arrivati a destinazione, questi “passeggeri”. Devono paracadutarsi sui monti dei Vosgi, al confine con la Germania, per poi raggiungere una base del Maquis ‒ la Resistenza francese – per armare e addestrare i partigiani contro gli uomini di Hitler, in ripiegata dopo il D-Day. Operazione Loyton, si chiama. Al comando c’è Henry Carey Druce, ragazzo giovane ma con tanto sangue freddo, coordina tutto da Londra Brian Franks. Il corpo si chiama SAS ‒ Special Air Service, non è ufficialmente riconosciuto, ma è sotto il patrocinio diretto di un certo Winston Churchill. Finalmente l’aereo raggiunge la Drop Zone – zona di lancio ‒, tra La Petite-Raon e Vieux-Moulin. La squadra si lancia con il paracadute, ci sono alcuni problemi nell’atterraggio ma in linea di massima tutto fila liscio. I britannici vengono ricevuti dai maquisards, che li scortano al campo base. Da lì cominciano ad assolvere al loro compito, ma pochi giorni dopo vengono scoperti dai nazisti e quella che doveva essere una missione di due settimane si trasforma in una lotta per la sopravvivenza di mesi e mesi...

Avete presente Bastardi senza gloria? Dai, il film con Brad Pitt, quello di Tarantino, che racconta dell’Operazione Kino. Ecco, se ce l’avete in mente scordatevelo completamente. Sì, in teoria ispirato a questo libro, ma il termine “ispirato” va preso veramente con molta elasticità. Brad Pitt non ha nulla a che vedere con il capitano Druce mentre crea il panico dietro le linee naziste nella prima parte, oppure con Barkworth mentre dà la caccia ai nazisti una volta finita la guerra. E Tarantino è un semplice regista cinematografico – non me ne vogliano gli dei hollywoodiani –, un puntino minuscolo in confronto a Franks, l’ideatore della missione. Quello che caratterizza fortemente questo libro è che racconta una storia vera, e dunque ha un forte valore storico. Ci aiuta a capire lo scenario della Seconda guerra mondiale e le sue conseguenze come succede leggendo il Diario di Anna Frank o gli scritti di Primo Levi, per intenderci. Non è un libro però incentrato sul sentimento, sull’interiorità: diciamo che è un racconto piuttosto pragmatico, duro, colpi e contraccolpi, azioni e conseguenze. È figlio della voglia di Lewis di riportare alla luce le verità sulla fantomatica squadra del SAS, eroica prima in guerra per le azioni contro i nazisti e poi dopo la guerra per aver dato la caccia ai gerarchi in fuga. Un reggimento la cui stessa esistenza è stata occultata negli anni, per ragioni di sicurezza nazionale, sia da Regno Unito che da Stati Uniti. È anche frutto di fortuna, in quanto è solo grazie a “Steve” ‒ il suo vero nome non è dato conoscerlo ‒, membro superstite del SAS, che è stato possibile ricostruire le azioni di quel gruppo di “ragazzi fantasma” fortemente voluti da Churchill. Non c’è da aggiungere molto su questo documento storico romanzato in maniera impeccabile. Rimane solo una cosa da fare, leggerlo e inserire l’Operazione Loyton, il SAS ed i Secret Hunters tra le pagine di storia.



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