Cadrò, sognando di volare

Oggi, se chiedi una cartolina ad un negoziante, ti guarda strano e, a volte, dopo aver aperto un cassetto chiuso da secoli e rovistato un po’, ti mostra un mazzetto di immagini brunite di muffa, paesaggi in bianco e nero o dai colori incendiari. Nel 1998, invece, ricevere una cartolina era ancora normale. Ecco perché nessuno si era stupito quando, quel giorno di maggio del 1998, la madre di Fabio gli aveva urlato che era arrivata una cartolina per lui. Veniva dalla Spagna e ritraeva un matador ed un toro che caricava il drappo rosso, che in realtà era un vero pezzetto di stoffa incollato alla cartolina. Gliela mandavano i suoi amici di Siviglia, i suoi migliori amici, i suoi unici amici, che lo avevano preceduto in vacanza, quella vacanza nella quale Fabio li avrebbe raggiunti tre giorni dopo, non appena superato l’ultimo esame a Giurisprudenza. Secondo quanto era scritto, Sergio, Michele e Gianluca se la stavano spassando alla grande, tra bevute, nottate di festa e sesso sfrenato. Fabio continuava a rileggere quelle parole gigantesche nella sua stanza minuscola, mezza riempita dalla valigia già pronta sul pavimento, valigia in cui aveva messo magliette e roba estiva, un solo maglione di lana, che non si sa mai, ed un pacco da dodici preservativi. A pensarci bene, dodici erano pochi; forse era meglio andare a prenderne altri. Si stava alzando per andare in farmacia, quando la madre aveva urlato che c’era un’altra cartolina. Questa però era diversa. Niente foto, tutta grigia davanti e dietro, veniva dal distretto militare e c’era scritto che dopo una settimana sarebbe partito, non per Siviglia ma per il servizio civile. Un anno, in cima agli Appennini, in una casa di riposo per preti. Vabbè, così almeno non si sarebbe perso il Giro d’Italia, aveva osservato suo padre. Eh già, quel giro d’Italia nel quale avrebbe finalmente partecipato di nuovo quel ragazzo secco che quattro anni prima, nel 1994, aveva scalato, in piedi sui pedali e quasi sconosciuto, la salita del Mortirolo e l’aveva conquistata, illuminato dal bagliore del delirio. Quel giovane ciclista di nome Marco Pantani…

Il nuovo romanzo di Fabio Genovesi, straordinario affabulatore, ci rammenta, attraverso una storia coraggiosa e travolgente, che nulla è impossibile. Nulla, davvero, anche che il più bel ricordo d’estate possa essere accaduto a dicembre. È sufficiente spostare i confini, quei limiti inventati che strizzano e soffocano l’orizzonte davanti e dietro, da ogni parte, quelle sbarre, che spesso ci siamo costruiti da soli e che ci rendono prigionieri. Fabio ha ventiquattro anni, studia Giurisprudenza, ma non per scelta, è alle prese con una vita normale, come tanti, forse un po’ piatta. Si ritrova con il sogno di una vacanza sfumato ed un incarico da educatore in un monastero dall’aria deserta, in cui ragazzini da educare non ce ne sono, con un ex missionario ottantenne e lunatico come direttore, sempre chiuso nella sua stanza a sgranocchiare noccioline, burbero ed acido con tutti ad eccezione della Gina, una strana bambina che si crede una gallina. Come sopravvivere ad un anno così, a dodici mesi fatti di nulla, in un luogo in cui nulla accade? Eppure, proprio in questo nulla, le cose importanti della vita, quelle che arrivano per cambiare tutto senza prendere appuntamenti e senza studiare percorsi, scelgono la via più tortuosa e possono arrivare ad illuminare proprio uno come lui, così anonimo ed anche un po’ sfigato. E proprio quando si affaccia la consapevolezza della monotonia di una vita che non riconosce come propria, Fabio realizza di essere in grado di ridisegnare quel confine, spesso tracciato da altri, tra ciò che è possibile e ciò che non lo è. Esattamente come fa il suo grande idolo, anzi suo fratello maggiore, Marco Pantani, eroe coraggioso e tormentato, vera e propria personificazione di un sogno. Il sogno di Don Basagni, di Fabio e di tutti quelli che imparano a vedere oltre, il sogno di chi non conosce limiti, se non i propri, il sogno di chi in salita e nei sentieri più faticosi riesce a dare il meglio di sé. Perché la vita è proprio questo: una serie di possibilità miracolose, che spesso per poco coraggio si tende a scambiare per errori, che ci aiutano a sfidare noi stessi e gli altri, a buttare il cuore oltre l’ostacolo, a saltare nel vuoto per abbracciare le nostre passioni. A volte potrà capitare di cadere e farsi male, certo, ma con la dose giusta di entusiasmo ed adrenalina, sarà come volare. E sarà meraviglioso e straordinario.

 


 

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