Caffè Paszkowsky

Caffè Paszkowsky

Enrico è stanco. Si trascina a fatica quella mattina all'interno del Caffé Paszkowsky e si lascia cadere sfinito sulla sedia mentre sente il cervello martellargli insistentemente. Quasi non avverte la presenza del cameriere che lo invita a togliersi il cappotto e ancor meno si accorge che quello nell’andar via gli porge un iPhone dicendogli che gli è caduto dalla tasca. Enrico prova a dirgli che quel telefono non è suo ma il cameriere è già andato. È stanco Enrico, spossato, distrutto. Fissa quel telefono e con delicatezza lo sfiora mentre il bip di un messaggio in arrivo quasi lo fa trasalire. È un certo Andrea che chiede notizie di Marta. Enrico entra nella cartella delle foto e comincia a scorrerle. C'è una donna. Certamente è Marta. È bella, bruna, i capelli lunghi sciolti sulle spalle. Poi una musica improvvisa rimbomba dal cellulare. Enrico ha un sobbalzo e rimane senza fiato quando sente una voce dirgli di non riattaccare. È Marta e lo chiama per nome... La marchesa cammina incerta, a testa bassa. Fa freddo e ha le dita intorpidite. L’aria ghiacciata continua a insinuarsi sotto il golf slabbrato, il camice bianco macchiato e le arriva direttamente al petto. Un’altra giornata è passata e lei ringrazia Dio per aver resistito. Ma ora è stanca. Ha bisogno di riassaporare quel profumo di agrumi che aveva comprato qualche giorno prima in un’erboristeria. Affretta il passo, non manca molto per raggiungere l’edificio dove abita. Una fitta al petto non la fa quasi respirare, si affretta ma da dietro un angolo il guinzaglio teso di un cane la fa scivolare per terra. Si rialza a fatica. Deve raggiungere il più in fretta possibile l’armadietto della sua cucina dove nasconde il suo profumo insieme a tre biglietti da venti euro e una banconota da cinquanta... La ragazza è a cavalcioni della ringhiera. Di sotto osserva una macchina che prova a parcheggiare. Alle sue spalle sbuca improvvisamente sua madre. Prova a convincerla che quello non è il metodo giusto. La ragazza cerca di spiegarle che per una volta vuole fare una cosa soltanto sua, non seguire sempre i suoi consigli. La madre prova a dissuaderla, a convincerla, ma la ragazza si volta a guardarla e le dice che ne hanno già parlato, che il veleno per lei è roba da vecchi...

Sylvie Freddi, archeologa che in passato ha collaborato con il collettivo Wu Ming e pubblicato su Giap, ci regala venti racconti gelidi e taglienti come un coccio di vetro affilato. Sono venti brevissime istantanee a metà tra favole nere e allegorie raccapriccianti, capaci di andare però tutte dritte al bersaglio. C’è l’amore tradito, ci sono la decadenza, la noia e il mal di vivere, c’è tutta l'infinita gamma di sfumature slabbrate e sanguinolente del vivere quotidiano. E la scrittura di conseguenza è chirurgica, misurata, mai ridondante. Essenziale e asciutta come le storie che racconta, come i personaggi, tutti quasi appena abbozzati, dipinti da pochissimi ma riconoscibilissimi tratti. Un bestiario che non è una raccolta di orchi o mostri abominevoli ma di facce normali, di sguardi che incrociamo tutte le mattine al bar, di gomiti che inavvertitamente e distrattamente urtiamo nella fretta delle nostre dissennate fatiche quotidiane. Un’umanità invisibile che fingiamo di non vedere finché non siamo costretti a guardarla, magari riflessa in una vetrina addobbata o nell’ombra di una fugace apparizione oppure nella luce sinistra di un’occhiata distratta e involontaria. Una solitudine troppo spesso ignorata, volutamente accantonata ma che volente o nolente abita ognuno di noi.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER