Caino

Caino

La gelosia tra fratelli è cosa deprecabile, sin dalla notte dai tempi. Soprattutto se porta al fratricidio. Come il primo, quello compiuto da Caino ai danni di suo fratello Abele, reo di aver visto salire al cielo il fumo del suo sacrificio animale ed essersene vantato apertamente, irridendo l'altro, che si era invece visto respingere l’offerta dei suoi vegetali. Il Signore, prontamente intervenuto per imprimere il marchio dell’infamia sul primo assassino della storia dell’umanità, ha finito per avere con lui un interessante scambio di vedute circa la responsabilità morale della faccenda, convenendo che forse poteva essere condivisa tra loro due. E più che scacciarlo, lo ha lasciato libero di vagare nello spazio e nel tempo. Per ritrovarlo così dapprima amante tra le lussuriose braccia di Lilith e dopo inedito testimone delle divine azioni e punizioni: dalla richiesta del sacrificio di Isacco alla confusione sotto la Torre di Babele; dallo sterminio senza superstiti di Sodoma e Gomorra alla partita a scacchi con Satana sulla la fedeltà di Giobbe, il tutto passando per il deserto del Sinai e Mosè, per arrivare all’arca di Noè e al diluvio universale. Per trovarsi di nuovo, faccia a faccia, alla resa dei conti...
Ebbene sì, Saramago l’ha fatto di nuovo. E anche questa volta c’è chi griderà allo scandalo, invocherà la blasfemia, si percuoterà il petto pregando il Signore di perdonare quest’ateo perché non sa quello che scrive. E invece, come già per Il vangelo secondo Gesù Cristo José Saramago quello che ci fa leggere sembra saperlo assai bene. Nel suo solito, particolarissimo stile tagliente e aggressivo, poco ortodosso nella forma così come nel contenuto, lo scrittore portoghese non si limita a fornirci un’ironica e dissacrante rilettura degli episodi più conosciuti dell’Antico Testamento. Non ci mostra solo il vendicativo Dio degli Ebrei (poi divenuto il mite Dio dei Cristiani), più simile a un bambino capriccioso con - è il caso di dirlo-  infantili e crudeli deliri di onnipotenza, pronto a scendere a patti col diavolo per soddisfare il suo divino ego. Non è solo l’occhio disincantato del non credente che prova a decostruire puntualmente la Parola e la fede con l’arma temutissima dell’ironia, coi dialoghi serrati e irriverenti e solo per il gusto di farlo. Messa su una bilancia ecclesiasticamente tarata, la posta in gioco è molto più pesante. È la sottile e consapevole messa in discussione di principi come il libero arbitrio e l’infallibilità del disegno divino, da millenni invocati come scudo teologico di fronte all’insensatezza e alla crudeltà delle vicende umane. Attraverso l’arma forse più pericolosa. L’umanissimo buon senso e il comprensibilissimo sgomento di Caino di fronte al massacro dei bambini innocenti di Sodoma e Gomorra, di fronte al sadismo del Signore nel lasciar infliggere vessazioni di ogni sorta a Giobbe, di fronte alla pulizia etnica pressochè totale operata dal Diluvio, sotto lo sguardo passivo degli angeli, sono il buon senso e lo sgomento di tutti noi. Chiunque si chiederebbe perché, chiunque resterebbe quantomeno perplesso di fronte a un Dio impegnato solo a vincere una partita contro se stesso senza preoccuparsi di spargere così tanto dolore. Chiunque, persino l’ assassino per antonomasia. E se tra un sorriso amaro e una riflessione profonda, riuscite ad arrivare in fondo al libro senza scandalizzarvi neanche una volta, probabilmente la prossima domanda che vi farete sarà cosa succederà quando Saramago arriverà all’Apocalisse.

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