Calcio e martello

La leggenda dello Spartak Mosca, la squadra fondata nel 1935 da Nikolaj Starostin nel quartiere Krasnaja Presnja della capitale sovietica in omaggio al gladiatore ribelle Spartacus, unico club di calcio a non essere emanazione di polisportive militari e quindi amatissimo dal popolo, tanto da suscitare le ire di Lavrentij Berija, capo della Polizia segreta, responsabile delle repressioni staliniane e soprattutto presidente della Dinamo Mosca… Ai Mondiali di calcio del 1954 in Svizzera l’Ungheria arriva dopo quattro anni di imbattibilità e con la medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1952 sul petto. Per la “squadra d’oro” (in magiaro “aranycsapat”) – come da pronostico – una marcia trionfale: 9-0 alla Corea e 8-3 alla Germania Ovest nel girone eliminatorio, 4-2 al Brasile nei quarti, 4-2 all’Uruguay in semifinale. È una vittoria annunciata, a maggior ragione perché in finale c’è ancora la Germania Ovest, già strapazzata all’inizio della competizione. Eppure… A soli 18 anni Eduard Streltsov della Torpedo Mosca è un campione di livello incredibile: gioca in Nazionale, ha appena vinto l’oro alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, in campionato fa goal a grappoli, il Soviet supremo vede in lui la stella da contrapporre a Pelè nell’immaginario collettivo, un vero eroe sovietico. Ma Streltsov è un giovane ribelle, e commette due gravi errori che lo portano alla rovina: innanzitutto rifiuta il trasferimento al CSKA Mosca, la squadra dell’esercito; e peggio ancora rifiuta di fidanzarsi con la figlia di Yekaterina Furtseva, l’unica alta dirigente del PCUS dell’epoca, la donna più potente dell’URSS… Nel 1943, in una fabbrica metalmeccanica di Mosca, un gruppo di operai si diverte a tirare degli oggetti all’improvviso a un ragazzino assunto per sostituire un adulto che è impegnato al fronte. Il ragazzino ha dei riflessi sovrumani e prede al volo tutti gli oggetti, suscitando l’ilarità degli operai. Il ragazzino si chiama Lev Yashin, ed è destinato a diventare il più famoso portiere della storia, il leggendario Ragno Nero…

L’affascinante libriccino firmato da Fabio Belli e Marco Piccinelli, entrambi giornalisti (non solo) sportivi (ma con la partecipazione di altri autori e gli interventi di ex giocatori con le loro testimonianze), nasce con l’obiettivo di raccontare il calcio oltre la Cortina di ferro ma anche storie e personaggi che con l’URSS hanno avuto poco a che fare (per esempio Socrates e l’autogestione della “democracia corinthiana”, il “capellone” Paolo Sollier e la sua militanza un po’ naif, Paul Breitner sospeso a metà tra maoismo e show business). Il calcio – si sa – vive di leggende, ha un suo Pantheon di eroi e semidei le cui storie vengono tramandate di generazione in generazione e se al football si aggiunge anche una coloritura sociale e politica queste storie possono diventare ancora più gustose e memorabili. Belli e Piccinelli quindi partivano da ottime basi. Ma Calcio e martello, va detto, paga una certa indeterminatezza, forse una mancanza di coraggio: si poteva mirare al cuore dei lettori puntando sulla letterarietà e sul lirismo (Buffa docet), buttando giù una sorta di poemetto in prosa o – come dicono quelli bravi – di orazione civile, ma è una opzione che viene solo fatta intravedere, annusare qua e là (vedi alle voci Sparwasser, Lobanovski). Oppure si poteva al contrario imboccare con decisione la strada dell’enciclopedismo diventando un testo di riferimento sul tema: ma allora c’era bisogno di ben altri approfondimenti, ben altra lunghezza e ben altra bibliografia, di un lavoro di ricerca che portasse alla luce particolari inediti. Così come sono, queste brevissime storie sono godibili solo per qualche giovane appassionato di calcio che non ha mai sentito parlare di Yashin, Gadocha o della punizione al contrario di Mwepu Ilunga, tagliando di fatto fuori tutti i lettori che hanno anche solo un’infarinatura di storia del calcio.



 

 

 
 
 
 

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