Calcutta

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Grattacieli nuovi e sterminati, shopping malls altissimi, cantieri aperti accanto alla consueta “vita sparsa sul marciapiede” ‒ fatta di chioschi di tè, venditori di frittelle, risciò, baracche fatiscenti, incessante viavai umano per le strade ‒ scorrono davanti agli occhi di Trisha. Ha dovuto lasciare Parigi per ritornare a Calcutta per la cremazione del padre. Ora è sola nella vecchia casa di famiglia, vuota e silenziosa, dove il tempo sembra essersi fermato. Guardando quelle stanze affiorano i ricordi. Della madre Urmila, amatissima insegnante di letteratura, chiusa in una malinconia depressiva che la rende assente, quasi catatonica, divisa dal mondo. E di Shankhya, il muscolare e protettivo padre, professore di fisica all’università e militante comunista. Sul suo volto Trisha aveva letto prima le speranze di un rivolgimento delle classi che portasse all’uguaglianza sociale, poi, dopo il 1992, con il crollo del comunismo sovietico, la disillusione per aver forse lottato inutilmente. E come non intravedere tra le pareti i lineamenti marcati della nonna Annapurna, la “tigre” come la chiamavano al villaggio. Rimasta vedova molto giovane aveva orgogliosamente rifiutato ogni aiuto dai famigliari per crescere i figli, né aveva voluto raparsi a zero i capelli come faceva ogni moglie dopo la perdita del marito. Da lei la piccola Trisha aveva appreso la triste storia della bella danzatrice Ashanti, dalla quale secondo la nonna sarebbe discesa la loro stirpe…

Parafrasando la chiusa finale del romanzo – “nessuno va da nessuna parte, nessuno torna da nessuna parte” – si può affermare che non si parte mai da Calcutta e si ritorna sempre a Calcutta. Trisha, Shankhya, Annapurna, o non si allontanano dalla città o prima o dopo vi ritornano. Calcutta fa da cornice e da collante alle vicende dei protagonisti, è il microcosmo che li riunisce. Shumona Sinha, scrittice e poetessa bengalese ma di lingua francese, sceglie di raccontare il suo paese attraverso il classico romanzo famigliare. Con grazia alterna al registro realistico – incentrato sui sanguinosi avvenimenti della guerra civile del ’48, sulle repressioni contro i comunisti del 1972 e sulla politica autoritaria di Indira Gandhi negli anni ’70 – quello fiabesco della sfortunata parabola di Ashanti. Nel descrivere i dolori, le frustrazioni e pure i momenti di gioia di una famiglia, è narrata in uno stile lirico e intimista l’evoluzione di una nazione sospesa tra modernità e tradizionalismo. Con Calcutta Shina conferma la sua capacità di introspezione psicologica e una predisposizione analitica per le dinamiche sociali, entrambe già viste nel romanzo d’esordio A morte i poveri. Dietro l’infelicità dei suoi personaggi sa cogliere, con linguaggio raffinato e poetico, l’infelicità di un popolo incerto se rimanere ancorato al passato o guardare al futuro.



 

 

 

 
 
 
 

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