Campo di sangue

Campo di sangue
Nella sala d’attesa di un manicomio criminale, quattro donne aspettano di venire interrogate da un medico. Sono tutte, in modo differente, legate ad un uomo che è rinchiuso nella struttura perché reo di aver compiuto un delitto efferato nel pensionato dove viveva. C’è la madre, infastidita per essere stata catapultata fuori dalla sua asfittica ma rassicurante quotidianità di vedova solitaria e avara di sé; c’è l’ex-moglie che fuma una sigaretta dopo l’altra, incapace di misurarsi con una realtà profondamente diversa da quella fino a poco tempo prima condivisa con l’uomo; c’è la ragazza sbandata e incinta dell’uomo, che patisce non poco la sua gravidanza che la gonfia e appesantisce, allontanandola da un’idea di se stessa libera e sbarazzina; c’è la padrona della pensione, confusa e nel contempo compiaciuta dell’improvvisa notorietà che il fatto ha portato nella sua esistenza. In una cortina di trattenuto imbarazzo, ciascuna donna ripercorre la propria parte di vita incrociatasi con quella dell’uomo. Un tipo di mezza età, nullafacente, mantenuto dall’agiata ex consorte, che lo ama ancora di un “amore esagerato, quasi una malattia”, che alloggia da più di un lustro presso un triste pensionato a rischio permanente di sfratto, perché sito in un palazzo pericolante. Periodicamente l’uomo si reca a trovare la madre nel quartiere periferico dove è nato: visite brevi che la donna accoglie con spiccia condiscendenza. Da tempo – forse da sempre – i due non sanno più cosa dirsi né cosa li leghi. L’uomo si è costruito una vita metodica, piena di menzogne sempre nuove e sempre diverse a seconda dei destinatari. È divenuto un “inventore di fatti” volti a offrire un’aurea di rassicurazione e normalità riguardo alla sua vita: esce di buon’ora al mattino e vagabonda nella città fino a sera. Un giorno, in riva al mare, avvista una “ragazza carina”, è l’inizio di un’ossessione…
Ricorrendo ad un uso sapiente della prolessi, che molto ritmo dà ad una prosa fluviale (periodi lunghissimi e compatti) e voluminosa (espansione di immagini, pensieri e ricordi), la portoghese Dulce Maria Cardoso ci consegna un romanzo – il suo primo, giustamente insignito, alla sua uscita (2002), dell’autorevole Grande Prémio Acontece – di disturbante intensità e bellezza. A rendere disturbante la narrazione – che si dispiega come un puzzle in progress di cui da subito conosciamo il disegno ultimo ma non i tasselli che ad esso hanno portato – è l’indicibilità del dolore di un’esistenza devitalizzata dalla pressione dei condizionamenti sociali, da quali non si riesce a prescindere ma che, nel contempo, si è incapaci di reggere. È l’indicibilità dell’alienazione che si avvita su se stessa finendo col mutarsi in rabbia annientatrice, non più in grado di distinguere tra realtà e allegoria, né tra umanità e atrocità. Il protagonista di Campo di sangue a un certo punto dice: “È pericoloso avere tempo da perdere, si prendono tanti vizi, ti si ficcano tanti pensieri in testa”. Forse, occorrerebbe essere più clementi con chi vorrebbe che il tempo concessogli in vita fosse diverso dalle consuete opzioni che altri hanno previsto per lui, restituendo dignità alla libertà di avere come sola ambizione quella di essere se stessi in pacifica pienezza con i propri simili.

 

 

 

 
 
 
 
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