Canada

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Estate 1960, Montana. Un articolo sul “Great Falls Tribune” e due fotografie: la prima ritrae un uomo, l'altra una donna. Lui ha ciglia lunghe, quasi femminili, i capelli un po' arruffati e sorride: dev'essere piuttosto alto. Dà l'impressione di uno che ha sempre una barzelletta pronta per farti ridere. Lei invece è minuta, con una chioma castana senza forma a incorniciarle il viso, le labbra serrate in una smorfia triste e gli occhi fissi – come densi di paura – su un punto fuori obiettivo. Non sono facce da criminali, ma il titolo dell'articolo è “Rapinatori in una banca del North Dakota”. Lui si chiama Beverly Parsons e lei è sua moglie Neeva. «Sono solo dei bugiardi. Come tutti gli altri» commenta Berner – una dei due gemelli quindicenni della coppia – dando appena uno sguardo al quotidiano. Suo fratello Dell osserva con più attenzione le foto e fa fatica a riconoscere i volti: somigliano già ad estranei, anche se è passato solo un giorno da quando la polizia è entrata in casa e se li è portati via. Bugiardi? Dell non ricorda che i suoi genitori abbiano mai mentito, anche se negli ultimi tempi erano cambiati: lui troppo serio, lei più disperata e c'era quel silenzio in casa, come un frastuono di cose non dette. Poi altri dettagli inquietanti: Bev che infila una pistola nella borsa prima di partire per il “viaggio d'affari”; il rotolo di soldi nascosto sotto il sedile della macchina; il puzzle delle cascate del Niagara abbandonato su un tavolo senza un un pezzo e gli indiani che, solo dopo che Bev e Neeva sono tornati, hanno smesso di telefonare e di passare con aria minacciosa davanti al portone. Come dovrebbero comportarsi Dell e Berner adesso, orfani di genitori ancora vivi? Mentre i poliziotti trascinavano fuori dalla casa Neeva, lei ha urlato ai suoi figli di aspettare la sua amica Mildred e di aprire la porta solo a lei. Quella donna ha un fratello in Canada, un certo Arthur: forse lui potrebbe aiutare i gemelli... 
Come ha detto in un'intervista lo stesso Richard Ford, l'idea base di questo libro – un ragazzo che attraversa la frontiera USA-Canada contro la sua volontà –  gli girava in testa fin dal 1989. In effetti, tutto parte dalla parola “confine” intesa sia nel suo senso di linea geografica, sia nel significato di limite: Beverly Parsons e sua moglie Neeva superano un limite e di conseguenza il loro figlio Dell – la voce narrante – oltrepassa una linea geografica. Sembrerebbe una storia rettilinea, una dimostrazione causa-effetto, invece, una serie di variabili complicano il ragionamento: al di là del confine, ad esempio, vive Arthur Remlinger, eccentrico personaggio che scivola in un vicolo cieco dopo un episodio, e le scelte di Berner sbandano fuori dal previsto. I personaggi sono ricchi di sfaccettature e pieni di contraddizioni – come accade solo alle persone vere – ma il talento di Ford non si vede unicamente da questo, spicca anche nel far sembrar semplici situazioni complesse (la descrizione della coppia mal assortita Bev-Neeva, diversa tanto fisicamente quanto a carattere; o l'incontro tra Berner e Dell nello squallore di un ristorante fatto in serie, davanti a un Martini che nessuno beve, quasi simbolo di una vita non consumata). Canada stupisce fin dall'inizio perché gli eventi più importanti della storia Ford li svela già nelle prime tre righe del romanzo. Eppure, paradossalmente, l'effetto non è quello di una sorpresa rovinata, ma di un coinvolgimento ancora maggiore. Non mancano frasi da conservare e una delle più intense, secondo un gioco letterario di grande umiltà, è attribuita ad altri: «La solitudine, ho letto, è come fare una lunga coda in attesa di arrivare allo sportello dove hanno promesso che succederà qualcosa di buono. Solo che la coda non si muove mai, e gli altri ti passano davanti, e lo sportello, il posto dove vuoi arrivare, è sempre più lontano, finché perdi la speranza che abbia qualcosa da offrirti». Leggere Canada è come avere un Dell Parsons in carne e ossa che ti guarda dritto negli occhi: lo sguardo è intenso, quasi indifeso per quanto è sincero. Ti sta dicendo che dietro ogni azione – anche la più assurda – c'è sempre un motivo, o serie di parole non dette.

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