Cancellare la città

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A Casacelle, hinterland napoletano, la situazione sta precipitando. Non è più questione di roghi tossici (“Li vedi sorgere come funghi atomici ai lati della carreggiata, (…) il sole che impallidisce tra le folate”) fetidi, opprimenti – e in molti casi appiccati per bruciare segreti più che rifiuti, né di camorra (la zona è sotto il controllo del boss Franco Romano, lo spietato Zio Franco). Una giovane cameriera, Amanda Fiorino, è stata stuprata e uccisa barbaramente. Il quotidiano locale “La Vostra Voce”, diretto da uno spregiudicato neofascista che ambisce alla poltrona di Presidente della Regione Campania per il Blocco Nazionale, Mohammed *** (sì, è un immigrato di seconda generazione ma questo non gli impedisce di essere di estrema destra), ha cavalcato lo sdegno della popolazione accusando assai poco velatamente i rom della zona. Il risultato è stato che “cinque o sei pazzi scalmanati” hanno lanciato delle molotov contro il campo rom più vicino, quello di Ponte Riccio, “per vendicare Amanda Fiorino” e nel terribile incendio che si è scatenato ci è scappato il morto. E non un morto qualunque: un bambino di dodici anni, Manuel Vasic. Marco Aragno, giornalista factotum de “La Vostra Voce”, è sconvolto da questa notizia: davvero un suo articolo ha causato la morte di un bambino? Sembra pensarla proprio così il pm Lucio D., che gli ha fatto recapitare un avviso di garanzia per “diffusione di notizie false, istigazione all’odio razziale, istigazione alla violenza”. Teso e preoccupato, Aragno si getta a capofitto nel lavoro: volendo documentare in diretta sui social network un violento incendio scoppiato al deposito De Luca, proprio vicino casa sua, si avvicina moltissimo alle fiamme nonostante gli avvertimenti dei pompieri e quando gli pare di scorgere la sagoma di un ragazzino, avanza ancora di più per trarlo in salvo. “Tosse, fuoco nei polmoni. Pesantezza e perdita dell’equilibrio. Un fischio assordante nel cervello”: Aragno perde i sensi, “inghiottito dall’inferno”…

La serie antologica – e non semplice collana, nelle intenzioni dell’editore – di Transeuropa denominata Wildworld presenta una serie di romanzi italiani “destinati a comporre un potente affresco della società e del Paese al tempo dell’esperienza indiretta collettiva, qual è per esempio il fatto di cronaca replicato e condiviso per teorie interminabili di commenti e rielaborazioni”, un “realismo aumentato” che sconfina nella distopia e a tratti persino nell’ucronia. E di cronaca Marco Aragno senz’altro se ne intende, dato che è giornalista presso l’emittente televisiva di Napoli “Teleclubitalia” e collaboratore per il quotidiano “Roma” e la testata web “Linkiesta”. Da qui la sua decisione di ambientare il suo secondo romanzo nel suo ambiente quotidiano e di scegliere un protagonista che con lui ha in comune non solo il mestiere ma persino il nome (ci auguriamo invece che il terribile dolore nascosto nel passato del personaggio sia solo suo). Tutto gira intorno a un terribile omicidio che viene biecamente usato per fini politici che però non sono solo funzionali alla ricerca del consenso in un contesto degradato e populista, ma anche a nascondere il fatto che la ragazza uccisa era in realtà a conoscenza di affari sporchi (nel vero senso della parola) condotti da un’azienda di smaltimento rifiuti. Sullo sfondo del complotto, una estrema periferia che sembra una cittadella medievale assediata da discariche abusive e campi rom e governata dal malaffare: e non c’è purtroppo granché di distopico in questo. Aragno non si avventura in sperimentalismi stilistici, racconta in modo lineare i fatti (la gestione dei dialoghi è ancora un po’ acerba) e sembra più interessato a ragionare sul ruolo dei media nella costruzione del consenso politico sul territorio che a stupire il lettore. Il romanzo, come tutti i titoli Wildworld, è stato finanziato per il 50% con un crowfunding.



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