Canguro

Canguro
Un gruppo di operai si riposa nell’intervallo del lavoro sull’erba dei giardini che fiancheggiano Macquarie Street. È la fine del mese di maggio, dunque è già inverno: eppure il sole è ancora tiepido. Gli operai in pausa se ne stanno sul prato tranquilli e beati a chiacchierare in maniche di camicia. Qualcuno mangia. Non fanno tutti lo stesso lavoro, ci sono tassisti, muratori, meccanici in tuta… Qualcuno di loro ha l’aria, tipicamente australiana, di sentirsi il padrone della città. Dal vicino conservatorio si sente l’eco attutita di un gorgheggio, che fa volgere distrattamente il capo a uno degli uomini in tuta. Proprio in quel momento attraversano il prato due persone, un uomo e una donna. Lui è un tipo davvero buffo. Chissà se è un bolscevico…
Con ogni probabilità c’è molto di autobiografico in questo testo - pubblicato nel 1923, arrivato in Italia nel 1982 e per fortuna ora ristampato - che conferma, qualora ce ne fosse bisogno, il cristallino talento letterario di David H. Lawrence. Come in ogni prodotto dell’ingegno umano, del resto. Il pittore lascia sempre la sua firma sul quadro, anche senza volere. Lo si riconosce comunque. E quindi molti critici si sono spaccati la testa per capire quale identità reale si celi dietro il tale o il talaltro personaggio fittizio. Forse inutilmente. Perché non è in quello la bellezza del romanzo. Lì sta il gossip. La bellezza sta nell’affresco formidabile che Lawrence dipinge, e che infatti è diventato anche non a caso un film con Judy Davis, la miglior attrice australiana di sempre, probabilmente. Un artista in fuga dall’Europa e dal totalitarismo, personaggi misteriosi e ambigui, la speranza di un cambiamento e di una nuova vita.

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