Cannibali

Cannibali
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Probabilmente Geoffrey avrà già comunicato a sua madre la fine della relazione con Noemie, ragazza tanto affascinante quanto instabile e problematica. Lei è giovane ma già fin troppo disillusa, preda di amori che come lampadine prima ci illuminano e poi, una volta esaurita la loro carica, si spengono, lasciandoci al buio. Noemie ama dipingere ma in cuor suo sa di essere una pittrice mediocre che non potrà ambire a chissà cosa, se non ad allestire semi-privatamente una piccola mostra delle sue opere. Il desiderio di scrivere alla madre di Geoffrey è un mix di egocentrismo, senso di colpa e bisogno di sfogarsi, perché non ne può più di rifugiarsi nelle promesse intermittenti di uomini mai troppo o troppo poco alla sua altezza. La lettera è partecipata, sostenuta dall’incertezza che possa finire direttamente cestinata in nome della naturale protezione di una madre verso le sofferenze del frutto del proprio seno, ma ciò non avviene. Jeanne, la madre di Geoffrey, risponde con distacco figlio della sua età non più verde, interrogandosi sulla calcolata spontaneità di Noemie. Non ne è particolarmente affascinata, tuttavia pensa che sia opportuno risponderle, se non altro per cortesia e per invitarla a non scriverle più. Noemie però è presa dall’urgenza di scriverle di nuovo, stavolta per parlare di Geoffrey e non di sé, descrivendolo scrupolosamente come neanche la più solerte e attenta delle madri. Nonostante si sia ripromessa di non rispondere, Jeanne risponde di nuovo…

Il ritorno di Regis Jauffret, marsigliese classe ’55, alla fiction pura coincide con una prova di grande spessore, finalista al prestigioso Premio Goncourt. Cannibali è un romanzo epistolare disilluso, cinico e freddo, contemporaneo nella messinscena del guazzabuglio emotivo post-moderno e allo stesso tempo retrò nelle tempistiche compassate delle profonde riflessioni dei personaggi. Tre personaggi, o forse dovremmo dire due e mezzo; una madre, un figlio e l’ex partner di quest’ultimo; Jeanne, Geoffrey e Noemie. Un triangolo isoscele che appoggia su una solida base di disprezzo nei confronti dell’uomo, l’inetto e ordinario Geoffrey – personaggio che sembra uscito da un qualsiasi libro di un altro venefico polemista d’oltralpe, Monsieur Michel Houellebecq – fiero pasto che tanto Jeanne quanto Noemie desiderano consumare in una dionisiaca ebbrezza di destrutturazione psico-fisica. Lo stile epistolare mette a nudo il disordine mentale delle due donne, figure agli antipodi ma unite dall’essere entrambe donne, “misandriche” e in perpetua lotta con una solitudine che ne rosicchia le scialbe vite, occupate da attività frivole o da polverosi fantasmi di ricordo. Per il lettore patito di azione il suggerimento è di rivolgersi altrove, sia per lo stile che per l’effettivo svolgimento della narrazione, ma chi ama riflettere sulla natura umana e sulla corrosione dei suoi simulacri sarà ospite gradito alla tavola di Jeanne e Noemie, parenti contemporanee delle due amiche Elli e Grete, uscite dalla penna di Alfred Döblin. Leggibile a diversi livelli, Cannibali spiazza e turba, non tanto per la spasmodica e metaforica attesa del delitto antropofago, quanto nella semplicità con cui Jauffret demolisce i feticci – sentimenti, relazioni, aspirazioni… – che ci rendono umani.



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