Canone inverso

Canone inverso

È cominciato tutto a un’asta da Christie’s, a Londra. Per una cifra decisamente conveniente, ventimila sterline, un uomo è riuscito ad aggiudicarsi un pezzo prezioso, un violino costruito da uno dei più apprezzati liutai tirolesi del Seicento, Jacob Stainer. Benché bisognoso di piccoli interventi di restauro, il violino è in buone condizioni e presenta una caratteristica peculiare, ovvero una testina antropomorfa al posto della consueta chiocciola intagliata sul cavigliere. Mentre l’uomo si gode l’acquisto che gli è stato da poco recapitato in albergo, arriva alla porta, annunciato dalla reception, un tizio piuttosto agitato; dice di essere soltanto un appassionato dilettante ma di essere disposto a pagare qualunque cifra per ricomprare il violino. Quando si calma un poco, confessa di essere uno scrittore e di conoscere una storia terribile legata a quello strumento, “Non vorrei essere preso per pazzo. Io ho conosciuto il proprietario di questo violino, e poi in seguito ho dubitato della sua esistenza”. Dopo aver esitato ancora un poco, lo strano individuo comincia a raccontare. Un anno prima era andato a Vienna per seguire i concerti straordinari con i quali la città commemorava l’anniversario dei 300 anni della nascita di Bach. Una sera, dopo cena, era andato a Grinzing, il quartiere delle osterie, per bere un bicchiere di buon vinello. A quel tempo, tra l’altro, stava meditando di scrivere una storia che avesse come protagonista la musica e a questo stava pensando quando nel locale dove se ne stava seduto era entrato un tizio di età indefinibile dall’aspetto eccentrico, stivali mantello e bombetta, baffoni grigi alla tartara e capelli scuri e lunghi raccolti a coda sulla nuca. Dopo essersi esibito in vari pezzi di bravura e virtuosismo col suo violino, aveva sfidato il pubblico a chiedergli un pezzo difficilissimo proponendogli una scommessa. Aveva puntato dritto al suo tavolo e lui, sentendosi provocato, gli aveva chiesto la Ciaccona di Bach, convinto di metterlo difficoltà. Ma l’uomo aveva eseguito il pezzo con tale magnifica maestria da lasciare tutti sospesi in una specie di estasi per lunghi attimi prima dell’applauso. Poi gli si era avvicinato per riscuotere la sua scommessa salutandolo con un gesto osceno. Al mattino dopo, passata la sbronza che aveva concluso la sua serata funestata dall’irritante episodio, si era ritrovato a vagare per le strade alla ricerca dello strano violinista, ma senza fortuna. All’improvviso l’uomo gli era arrivato alle spalle e si era seduto con lui che sorseggiava una birra. “Provi a immaginare di essere obbligato a vincere attimo per attimo la morte con uno sforzo costante, con un’attenzione che la tenga sveglio notte e giorno”. Dopo queste parole, l’uomo aveva cominciato uno strano discorso che poi aveva concluso così: “ C’è un’altra storia che non ho mai racconto a nessuno. Non mi resta molto tempo, credo, ma prima di tornarmene da dove sono venuto vorrei raccontarla proprio a lei”. Lui era uno “scrittore in cerca di una storia” e aveva voglia di ascoltare, ma non poteva immaginare dove quella storia l’avrebbe condotto...

“Ma cosa è la perfezione? È il punto di fuga di una strada senza fine, è il miraggio che si sposta davanti a noi, è l’ultimo piolo di una scala circolare”. Le parole di uno dei personaggi del secondo romanzo di Paolo Maurensig ‒ pubblicato nel 1996 dopo il successo de La variante di Lüneburg del 1993, ma scritto prima – rivelano il cuore della vicenda, l’ossessione che dà vita a questa storia inquietante e maledetta, gotica per certi versi, ma anche complessa, struggente, poetica e romantica, proprio come il difficilissimo pezzo di Bach dal quale il racconto all’indietro nel tempo ha origine. Al centro della storia, come dell’ossessione, è certamente non a caso uno strumento dalla suggestione simbolica, il violino, nella tradizione popolare considerato spesso diabolico – si pensi soltanto al fascino dannato di uno dei più grandi violinisti, Niccolò Paganini, che gli estimatori tedeschi chiamavano proprio “infernal divino”, sulla cui fama sinistra aleggia la leggenda di un patto satanico. Un demone che non dà tregua è la passione e la dedizione assoluta alla musica che tormenta i due giovani protagonisti, il talentuoso e aristocratico Kuno Blau e il dotato violinista di umili origini Jeno Varga, due personalità diverse nelle quali il tema del doppio – o dello sdoppiamento della personalità – si articola attraverso quello dell’amicizia messa alla prova dall’ambizione, dalle differenze sociali, dalla rivalità e dalla competizione, e trova la sua origine e la sua simbolica sintesi nel violino che unisce i due ragazzi; tema del doppio – per altro caro all’autore insieme a quello classico dell’agnizione finale – che sconfina misteriosamente nella schizofrenia, impossibile da definire oltre senza rischiare uno spoiler che toglierebbe piacere alla lettura. Basti dire che ci sono tre narratori per tre piani narrativi su tre dimensioni temporali, in un gioco di incastri costruito con sapienza, ricco di evocazioni oniriche, note di mistero, personaggi curatissimi e psicologicamente cesellati, atmosfere suggestive e quasi magiche; a sostenere l’intreccio una scrittura serrata e avvincente, benché molto ricercata e curata. Diremmo una narrazione in contrappunto, come un canone inverso, appunto, secondo la definizione nel linguaggio musicale della Ciaccona di Bach, il pezzo di virtuosismo che il violinista misterioso sa suonare alla perfezione, un brano complesso basato sulla non ripetizione dello stesso tema, eseguito al contrario. La perfezione inseguita come fosse una maledizione , la passione che in Canone inverso è la musica esiste anche nel romanzo di esordio, La variante di Lüneburg, dove l’ossessione era per gli scacchi, in maniera così speculare che chiunque abbia letto entrambe le storie non può fare a meno di considerarle gemelle per impianto e tematica centrale. Sarebbe bello sapere se la perfezione (nella scrittura?) sia anche l’ossessione dell’autore e se ne scriva quasi per esorcizzarne il peso. Decisamente mirabile il controllo che Maurensig ha nel dominare in maniera così solita una trama complessa, appunto articolata su tre voci narranti e tre piani cronologici, fino al colpo di scena finale che spiazza il lettore e lo lascia quasi attonito. Non secondaria anche l’ambientazione mitteleuropea, in quell’Austria degli anni Trenta che sembra avvertire qualcosa di tremendo e incombente, senza riuscire a capire bene di che cosa si tratti. Questa aura inquietante resta di sottofondo, indefinita, e dona sfumature d’ombra alla storia. Di Canone inverso esiste una versione cinematografica del 2000 per la regia di Ricky Tognazzi. Uno dei più noti casi di banalizzazione di un romanzo, effettivamente complesso ma molto affascinante.



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