Cantare in coro

Cantare in coro
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Eliezer ha ventotto anni ma non è mai cresciuto, le braccia e le gambe sono rimaste quelle di un bambino. I suoi genitori, su consiglio del medico, lo hanno portato a vivere a Gerusalemme, dove l’aria è più tonificante, a casa dell’anziana signora Stern. Il ragazzo però è perennemente triste, di rado si alza dal letto, finché un giorno sente dalla strada gridare il suo nome. Nonostante non chiamino lui, bensì un muratore, da quel momento passa le ore appiccicato alla finestra… Un’auto, due uomini con i loro figli e una donna dall’aria fascinosa e impenetrabile in giro lungo la striscia del lago di Tiberiade. Chi è questa donna così sofisticata e truccata? Perché, lei poco sensibile alla religione, ha lasciato l’Austria per venire a vivere a Tel Aviv vicino alla sorella e alla sua famiglia di stretta osservanza ortodossa?... Nessuno alla “Europe Credit” crede che Hugo, un impiegato, sia morto come è notificato su un annuncio appiccicato al vetro del suo ufficio, né i suoi colleghi, né il suo capo. Vorrebbero parlargli ma non sanno dove sia finito. Infine lo trovano da una vecchia zia rimasta vedova, però per nulla disposto ad ascoltarli e soprattutto a sopportarli…

Mistero e paradosso sono le due linee conduttrici di Cantare in coro, una raccolta di racconti brevi, secchi e precisi nel delineare l’essenza contraddittoria della natura umana. In poche righe dense di sfumature Yehoshua Kenaz, uno dei più grandi scrittori israeliani, presenta una galleria di personaggi problematici, che con i loro comportamenti schizofrenici, pavidi, rinunciatari e assurdi, mostrano come spesso la follia non sia che pura normalità dell’esistenza. Non per niente la maggior parte dei testi è caratterizzata da una violenza insensata che, pur nella sua assenza di logica, fa sentir bene chi la commette. Donne che uccidono a bastonate il proprio fox terrier, ragazzi che non intervengono ad aiutare l’amico in difficoltà, professori che picchiano a sangue l’allievo psicologicamente debole, sono la cartina al tornasole di un’umanità malata, attanagliata dalla paura di essere esclusa dalla vita degli altri. Kenaz è bravo a passare dal grottesco a un realismo drammatico, smorzato da geniali pennellate caustiche apparentemente insignificanti, rivelando come la vita sia più un gioco di ombre che di luci.



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