Canto della pianura

Canto della pianura
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Holt è una piccola cittadina del Colorado, molto vicina a Denver, con pochi abitanti che si conoscono tra di loro quasi tutti (come sempre accade nelle piccole comunità). Ike e Bobby sono due fratelli: i loro genitori si separano e la mamma, che soffre di una grave forma depressiva, va a vivere a Denver. Si sentono soli, abbandonati, sono messi a stretto contatto con la conoscenza della morte e non hanno nessuno che decodifichi per loro questa tappa così fondamentale per la vita di tutti: un padre troppo impegnato ad occuparsi delle proprie grane professionali e alle prese con la possibilità di ricostruirsi una nuova vita e una madre totalmente assente. Tom Guthrie, il padre di Ike e Bobby, è un insegnante e ha problemi nella scuola in cui lavora: non ritiene che un suo alunno sia meritevole di ottenere una borsa di studio. Questo lo metterà in contrasto con i genitori del ragazzo e esporrà i suoi figli ad una crudele e spietata vendetta. Victoria Roubideaux ha diciassette anni e scopre di essere in attesa. Ha deciso di tenere il bambino. Poco importa se il suo ragazzo non ne vuole sapere e se sua madre l’ha cacciata di casa: è pronta ad affrontare tutto. I fratelli McPheron, contadini e allevatori, due uomini apparentemente burberi e solitari, accolgono in casa Victoria e lasciano che il vento della novità che la ragazza porta con sé travolga la loro esistenza…

Sono queste le storie che si intrecciano in Canto della pianura, terzo romanzo di Kent Haruf e primo volume della cosiddetta Plainsong Trilogy: uscito negli Stati Uniti nel 1999, finalista al National Book Award e già proposto in Italia da Rizzoli, viene ora ripubblicato dall’editore NN con una nuova traduzione e con un planning editoriale che vedrà la pubblicazione dell’intera trilogia. Canto della pianura è un romanzo corale, ampio, quasi maestoso. Il lettore viene completamente immerso nella comunità di Holt e pagina dopo pagina si trova a sentire di farne parte da sempre. Kent Haruf narra dell’importanza dei piccoli gesti, delle sfumature, dei sentimenti profondi che cambiano la vita. È un’umanità complessa, sofferente ma allo stesso tempo capace di mettersi in gioco quella che lo scrittore americano ci fa conoscere. E lo fa con uno stile scarno, senza barocchismi o fronzoli, senza giri di parole. Lo scrittore americano lavora per sottrazione fino a raggiungere il nucleo più sensibile delle cose, colpisce diritto al cuore del lettore e al centro esatto dei problemi. Si ispira ad una certa tradizione letteraria americana - penso alla genealogia che parte da Hemingway per arrivare fino a Richard Ford. Haruf racconta un mondo di creature fragili e smarrite ma che vogliono riscattarsi, redimersi, nonostante il dolore che le attanaglia. Un romanzo importante, da leggere piano, senza fretta, per lasciarsi trasportare e per imparare a cogliere la bellezza anche nel dolore.



 

 

 

 
 
 
 

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