Canto di Natale

Canto di Natale

Il vecchio Ebenezer Scrooge, affarista della City londinese della metà dell'800 inaridito dall’avarizia e dalla brama di denaro, rincasa il giorno della vigilia maledicendo la calda atmosfera natalizia. Ma quella sera, sulla porta della sua casa, c’è qualcosa (o qualcuno?) che lo fissa: su quello che è sempre stato un normale batacchio è apparsa, spaventosamente, la faccia  del suo vecchio e defunto socio Marley. Scrooge strizza gli occhi ed entra in casa. Chiudendo la porta alle sue spalle la guarda bene, temendo di scorgervi dietro il codino di capelli del suo socio. No. Per fortuna dentro è tutto uguale. Se non fosse per questo sinistro rumore di catene e… per quello che sembra essere proprio Marley, sebbene evanescente come un fantasma, che si palesa e lo ammonisce: verrai visitato da altri tre spiriti, dallo spirito del Natale passato, da quello del presente e infine dallo spirito del Natale futuro. Se entro questa notte non cambierai il tuo misantropo modo di vivere sarai costretto anche tu a portare una catena ben più voluminosa e pesante di quella che vedi trascinarmi, catena che tu stesso, conducendo la tua vita scelleratamente avara, stai forgiando!!! Inizia così per Scrooge un viaggio commovente ma oscuro attraverso le tre epoche della sua vita…  Il carosello continua: gli spiriti del Natale lasciano il posto all’assordante e tenebroso scoccare delle ore delle campane  e all’incedere spasmodico di Trotty Veck, che siede sulle scale della chiesa in attesa di ricevere pacchi e posta da consegnare. Un po’di quiete la troviamo al calore di un camino domestico, quello della piccola signora Peerybingle a cui fanno compagnia i leggeri trilli di un piccolo grillo che vive con lei e ne custodisce la vita. E per chiudere le atmosfere più cupe degli ultimi due racconti, dove a prendere la scena è il doppio, la lacerazione, la dicotomia tra i due sé e tra le opposte tendenze dell’uomo...

Ma c’è sempre la possibilità di una redenzione, per tutti, anche per il più derelitto fra gli uomini. Soprattutto se è Natale. Il più famoso dei cinque racconti, allora per le illustrazioni di John Leech, oggi per le continue trasposizioni su piccolo e grande schermo (non ultimo il film di Zemeckis), è proprio la storia di un ravvedimento. “A Christmas Carrol”: una vera e propria favola gotica in cinque atti. Racconti di Natale così dettagliati e fecondi da poter essere considerati dei piccoli romanzi, personaggi in miniatura, tipicamente dickensiani, che mettono in scena la vita, con tutte le contraddizioni e l’estetica della Londra vittoriana: la Poverty Law, l’ambientazione gotica, la denuncia delle esasperate condizioni di vita dei poveri e dei maltrattamenti dei minori. Una prosa imbevuta della storia e della retorica del tempo, a volte di ingenua speranza ecumenica, molte altre dell’ironia tipica dello scrittore di Portsmouth. Parliamo del 1843. Eppure.  Eppure, la solidarietà e l’accettazione dell’altro sono principi che restano e non invecchiano. E se oggi, tra il rumore dei passi frenetici delle strade e tra le luminarie del natale, doveste scorgere fra gli altri un viso appuntito, scarno e incattivito come quello di Ebenezer Scrooge, augurategli Buon Natale. Ci sono buone probabilità che vi sorrida.



 

 

 

 
 
 
 

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